p.c.
domenica 28 ottobre 2012
Quindicenni italiani nei test PISA: si può fare di più
Quelli citati sono dati del Programme for International Student Assessment of the OECD (in inglese su http://www.oecd.org/pisa/pisaproducts/pisa2009/pisa2009keyfindings.htm, disponibili anche in italiano sul sito INVALSI) ma segnaliamo un buon resoconto da un ottimo sito indipendente:
p.c.
giovedì 25 ottobre 2012
Scuola: altro che 24 ore
Le cifre dimostrano un fatto che a noi pare difficilmente contestabile:
il problema della scuola italiana non è la mancanza di risorse, la spesa in istruzione del nostro paese è in linea con quanto spendono i paesi Ue (in percentuale sul Pil), 4,4 noi, 5% la media europea. Così pure il numero di studenti per insegnante (11.1.noi, 12.1 la media Ue). Sono dati Eurostat (Key data on education in Europe) pubblicati nel rapporto education at glance 2012, eacea.ec.europa.eu/education/eurydice/.../key_data_series/134EN.pdf.
Fanno riferimento a rilevazioni 2008 perché, come noto, la statistica non prevede rilevazioni in tempo reale.
Il punto è che l'efficacia di un servizio non può essere misurata sulla quantità di investimenti fatti. Ciò che bisogna considerare è l'effettiva ricaduta su chi ne fruisce. Se usiamo come indicatori i Pisa test e i livelli di dispersione non possiamo essre soddisfatti. E allora c'è da chiedersi se è utile mettere soldi in una macchina che non ne fa buon uso. Soldi che, peraltro, non ci sono e non ci saranno nei prossimi anni. Per questo non condividiamo la diffidenza verso i privati. Proprio perché mancano risorse, certo entro un quadro certo di regole, un impegno finanziario da parte delle aziende può essere auspicabile. Sarebbe da augurarsi che gli imprenditori italiani, piuttosto che pensare a guadagni speculativi, destinassero un po' di risorse alla scuola. Cosa vorranno in cambio? Non è difficile immaginare che un'azienda vorrà avere personale qualificato e formato per le sue esigenze. Avviene in tutto il mondo e anche nel nostro paese da anni e non risulta che la libertà d'insegnamento sia venuta meno.
Problemi complessi che, però, a nostro parere non vanno affrontati iniziando dall'orario di lavoro e dalle retribuzioni del personale. Compito della scuola non è il mantenimento del personale (stabile o precario) quanto offrire un servizio valido agli studenti.
Un buon punto di partenza sarebbe fare nostra la richiesta dell'abolizione del valore legale del titolo di studio che è all'origine dell'attuale omologazione fra istituti. Un altro chiedere l'aumento delle tasse universitarie in base al reddito visto che oggi sono i ceti medio-bassi (la fiscalità generale) a pagare gli studi dei ricchi.
Per questi motivi non condividiamo l'ultima evoluzione della protesta in corso.
Gli ulteriori dati nel link di seguito sono tratti da la voce.info, un sito di economia di autorevolezza indiscussa http://www.lavoce.info/articoli/-scuola_universita/pagina1003345.html.
p.a., p.e.c.
domenica 3 giugno 2012
Sulla scuola chapeau al Pd
venerdì 15 aprile 2011
Sulla difesa della scuola pubblica. Un discorso di Calamandrei
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice di quelle di stato. E magari si danno premi, come ora vi dirò. O si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A quelle scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.
Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
martedì 12 aprile 2011
La Scuola italiana e quei maestri dimenticati
lunedì 4 aprile 2011
I riformisti e la scuola
E' ora che la sinistra riformista italiana definisca una politica per la scuola al di là delle estemporaneità. Da dove è iniziato la confusione che ha portato in questi anni a non distinguere le politiche della destra da quelle della sinistra sulla scuola ? Secondo noi, il vulnus non è scaturito né dalla legge sull'autonomia, né dall'introduzione di criteri di valutazione delle scuole e degli insegnanti. Qui entra in ballo l'invalsi, l'istituto di valutazione del ministero sottoposto in questi giorni a feroci critiche da parte di tanti docenti che rifiutano la somministrazione dei test. Invece, la valutazione è l'unico aspetto dell'esperienza della scuola anglosassone, per il resto scadente, che vale la pena prendere in considerazione. La valutazione, se svolta correttamente, è indispensabile in ogni sistema che non voglia consumarsi nell'autoreferenzialità e quindi nel corporativismo. Nessuno pensa di licenziare chi non raggiunga determinati parametri di apprendimento, ma è necessario che ogni scuola sia consapevole della qualità del suo lavoro ed eventualmente si impegni a migliorarla. E per farlo non vi è altro mezzo che la valutazione. Gli errori compiuti durante la breve stagione riformatrice del primo governo Prodi furono altri:si chiamano legge sulla parità e "concorsone" per la valutazione del merito dei docenti. Nel primo caso si è trattato di un vulnus gravissimo introdotto nel carattere pubblico dell'istruzione che ha spalancato le porte ad un fiume di denaro concesso a scuole private senza alcuna verifica sulla qualità dell'offerta; su questa scia si pone anche lo scandalo mai emerso delle scuole paritarie italiane all'estero. Nel secondo caso si è trattato di un progetto improvvisato, inadatto ad affrontare un tema tanto delicato. Il risultato, come sempre avviene quando i riformisti sbagliano il tiro, è stato un lungo vento demagogico che ha colpito anche le cose buone presenti nella stagione di Berlinguer (l'autonomia), peraltro largamente ispirata dalla Cgil. Ora, è tempo di fare chiarezza e riaffermare il carattere pubblico dell'istruzione e avere il coraggio di rimettere mano alla legge sulla parità, a condizione anche di un prevedibile, duro scontro con le gerachie vaticane. Superare la logica dei tagli e del killeraggio nei confronti degli insegnantii, insieme ad un impegno sulla valutazione, l'aggiornamento, l'organizzazione oraria della scuola italiana. E coinvolgere tutta la società italiana in una discussione sul valore pubblico della scuola. Quale tema migliore per la prossima campagna elettorale ? Senza difensivismi, senza chiusure particolaristiche. Ricordando i grandi del passato, a cominciare da Don Milani, Gianni Rodari, Danilo Dolci, Mario Lodi che lavoravano per una scuola a misura di studente più che di docente.
paolo allegrezza
mercoledì 16 marzo 2011
Test Invalsi: critiche alla Gelmini, ma niente demagogia
A fronte della marea montante anti Invalsi vorrei articolare meglio il mio pensiero dopo l’exploit che ieri ho affidato al web. Ma andiamo con ordine.
1. Il quadro normativo – Con la legge delega 53/03 e successivo decreto legislativo 286/04 è stata attribuita all’Invalsi il compito di effettuare, tra l’altro, “verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti”. Si tratta di verifiche finalizzate al “progressivo miglioramento e armonizzazione della qualità del sistema d’istruzione”. Si tratta, comunque, di operazioni valutative nettamente distinte dalle verifiche finalizzate alla “valutazione periodica e annuale degli apprendimenti e del comportamento degli studenti”, attribuite alla competenza dei docenti. Con tale norma si è ritenuto opportuno avviare anche nel nostro Paese quella valutazione del sistema nazionale di istruzione che è già in atto, e da anni, in quasi tutti i Paesi dell’Unione europea e in quelli ad alto sviluppo. Se alle istituzioni scolastiche, in virtù della loro autonomia, è affidata la competenza di progettare e realizzare interventi di educazione, istruzione e formazione finalizzati a realizzare gli obiettivi nazionali del sistema di istruzione (dpr 275/99, art. 1), ne consegue che spetta al potere centrale verificare se tali obiettivi sono di anno in anno raggiunti e quali correttivi, eventualmente, occorra apportare. Si è trattato di una svolta non indifferente, avviata in seguito al conferimento di poteri e attribuzioni dal potere centrale agli organi periferici (alle Regioni, agli Enti locali e alle scuole), di cui alla legge delega 59/97 e al novellato Titolo V della Costituzione (legge Cost. 3/01). Se non si avverte questo profondo cambiamento di prospettiva, risulterà anche difficile comprendere le ragioni dell’intervento dell’Invalsi sulle istituzioni scolastiche autonome: autonome, sì, autoreferenziali non più!
2. Il test – Il test è uno strumento di indagine finalizzato a rilevare dati oggettivi, quindi, in effetti sono strumenti “poveri” rispetto ad altri strumenti di rilevazione degli apprendimenti: i reattivi, ad esempio, o certe tipologie di questionari, o conversazione mirate o elaborati scritti, i cui esiti sono tutti diversi gli uni dagli altri e richiedono criteri valutativi assolutamente diversi rispetto a quelli dei test: chiedere quanto fa due più due è un quesito test (la risposta è solo una); chiedere di riferire sull’etica nicomachea o sull’ultimo film di Almodòvar o sul 150° anniversario dell’Unità nazionale, con tutti gli argomenti pro e contro che sono oggi sotto gli occhi di tutti, non sono quesiti test . Ed è ovvio che, se la valutazione esercitata da un insegnante consistesse solo nella somministrazione di test, avrei qualche dubbio sulla sua competenza valutativa. I test Invalsi hanno una finalità limitata e precisa: verificare se finalità, obiettivi, competenze, se si vuole, di cui alle Indicazioni nazionali e alla Linee guida che il Miur ha pubblicato per i diversi ordini di scuola, in quanto deputato dalla stessa Costituzione ad emanare le “norme generali sull’istruzione”, sono di volta in volta raggiunti o meno e in quale misura. E’ questa un’invasione di campo? Assolutamente no! Ripeto: alle singole istituzioni scolastiche spetta di valutare gli apprendimenti, giorno dopo giorno, periodicamente, annualmente; all’Invalsi – o comunque a qualsiasi ente terzo valutativo – spetta di valutare la tenuta e l’andamento del sistema. Si tratta di ambiti di indagine diversi e complementari.
3. L’attendibilità delle prove – I test Invalsi sono stati prodotti, e sono costantemente prodotti, nel corso degli anni sulla base di prove che in effetti provengono dalle stesse scuole. Non c’è nulla di inventato negli uffici di Villa Falconieri! Per quanto riguarda i test che verranno proposti alle seconde classi dell’istruzione secondaria di secondo grado, sono stati effettuati i relativi tryout, per cui la garanzia della loro adeguatezza, affidabilità e attendibilità è molto elevata. La corrispondenza del test con gli insegnamenti effettuati nelle singole scuole e classi non va ricercata sui singoli contenuti, ma sulla corretta utilizzazione, da parte degli alunni, di “quei” contenuti appresi in classe, per risolvere i “quesiti” e i “casi” che i test – o meglio, le prove – proporranno. Non ci sarà nessuna sovrapposizione né alcuna prevaricazione da parte dell’Invalsi nei confronti delle singole scuole e dei singoli insegnanti. Ripeto: si tratta di piani diversi di indagine e di rilevazione.
4. La valutazione degli insegnanti – L'esito dei test Invalsi non ha nulla a che vedere con la valutazione degli insegnanti ed è provocatorio accreditare una tesi del genere. Gli esiti delle prove saranno consegnati alle singole scuole e il liceo “Mamiani” non saprà nulla di quanto è avvenuto all’istituto tecnico “Einstein”. La valutazione degli insegnanti è altra cosa né le prove Invalsi possono costituirne un precedente, in quanto è la natura stessa della rilevazione che nulla ha a che vedere con la valutazione degli insegnanti, discorso tutto da impiantare e sul quale abbiamo, a tutt’oggi, ancora scarsi elementi, anche a livello di ricerca.
5. L’obbligatorietà – Le prove Invalsi sono obbligatorie per legge. Il fatto che la nota ministeriale la richiami è puramente indicativo: è la norma che fa testo: si vedano, oltre alle norme citate al punto 1, la direttiva triennale n. 74 del 15 settembre 2008 e la direttiva n. 67 del 30 luglio 2010. Quegli insegnanti che non ottempereranno a tale adempimento si assumeranno una responsabilità, di fronte ai loro alunni e alle famiglie, prima che di fronte all’amministrazione.
6. E ora vengo al nonostante!!! – Sottolineo con forza il fatto che il Miur avrebbe dovuto adoperarsi in modo più mirato per preparare scuole ed insegnanti alle prove Invalsi. Da un lato c’è indubbiamente il fatto che molti insegnanti – ed anche molti dirigenti, purtroppo – non sono solleciti ad aggiornarsi costantemente sulla normativa e su ciò che Miur e Invalsi pubblicano sui rispettivi siti. L’autonomia non significa il faidate! Significa responsabilizzarsi in prima persona per accedere a quelle “norme generali sull’istruzione” di cui il Miur ha competenza e responsabilità. Se sui test c’è l’ignoranza di cui sono testimoni le veline che molte scuole stanno producendo, c’è anche una responsabilità dell’amministrazione che sulla valutazione da oltre dieci anni a questa parte non ha attivato nulla! Anzi, il ritorno ai voti e l’enfasi sul cinque in condotta – pardon, comportamento – non ha fatto altro che sferrare un duro colpo a quella “cultura della valutazione” che fin dagli anni Ottanta, con altre amministrazioni, abbiamo avviato, anche se con tanta fatica! E ancora: quale carico di lavoro spetterà alle segreterie e ai docenti per la somministrazione delle prove? Al limite potremmo anche dire: se della valutazione degli insegnamenti sono responsabili gli insegnanti nelle loro classi, perché della valutazione di sistema non si fa carico direttamente l’Invalsi, con la sua organizzazione e con il suo budget? Ovviamente è un discorso che lascia il tempo che trova! E che, comunque, si sarebbe dovuto avviare da quando l’Invalsi è stato istituito! Siamo alle solite: l’amministrazione assegna compiti, anche impegnativi, ma non assegna risorse! E innesta la guerra tra poveri! Avremo Dsga contro Ds, insegnanti contro ricercatori Invalsi e a pagare sono sempre i nostri ragazzi!
7. Conclusione – La cosa che più mi addolora di tutta questa vicenda è la grande approssimazione culturale e docimologica che leggo nelle veline che di scuola in scuola i nostri docenti si stanno passando! Mi chiedo: dove sono quegli insegnanti che una volta si battevano perché la scuola migliorasse i suoi strumenti? Che esigevano un’amministrazione più sollecita? Che studiavano per conto loro come e perché migliorare le loro attività! Che senso ha oggi rifiutarsi di fronte ad un adempimento il cui fine è solo quello di verificare insieme che cosa stiamo facendo nelle aule, dov’è che facciamo bene, dov’è che sbagliamo… Un intervento Invalsi, con tutta la sua limitatezza – possiamo anche ammetterlo: è la prima volta che l’Invalsi entra nella secondaria superiore – ci sollecita, però, a riflettere, a confrontarci, al limite anche a dire che tutti gli item sono sbagliati… Ebbene, non è una occasione per discutere, per crescere? E’ forse meglio che ciascuno nel chiuso della propria aula faccia muro contro muro, mentre i ragazzi sempre meno credono alla scuola e il mondo intorno a noi sta impazzendo? Oggi è il 10 marzo: abbiamo due mesi per riflettere e per decidere al meglio! E lo dice uno che per la Gelmini e per la Mastrocola non ha alcuna simpatia!!! Ma per la Nussbaum tantissima! E non dite: chi è questa donna?
Roma, 10 marzo 2011
Maurizio Tiriticco
sabato 12 marzo 2011
Tutta colpa del '68
paolo allegrezza
sabato 22 gennaio 2011
Università, Italia ed Europa a confronto: i dati
Gli studenti
I laureati annui italiani, vecchio e nuovo ordinamento, sono 293.084 (dati 2008). In progressivo calo rispetto ai tre anni precedenti: 301.298 nel 2005, 301.376 nel 2006, 300.135 nel 2007. Altro dato preoccupante riguarda il numero dei laureati in corso: dal 35,6% nel 2005 è sceso al 30,6% nel 2006, al 29,9% nel 2007, al 26,8% nel 2008). Considerando che l'obiettivo principale della riforma del '99 e dei successivi interventi era l'incremento del numero dei laureati e la riduzione del fenomeno dei fuori corso, i dati non sono incoraggianti.
( Rapporto CNVSU 2009 ).
Eppure l'Italia ha un numero di studenti frequentanti l'università simile a quello di Francia, Germania e UK ( vedi i dati Eurostat 2008 ).
Il problema è che pochi di loro, e con ritardo, giungono alla laurea, come dimostrano i dati comparati.
Nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni solo il 18,9% risulta laureato contro una media UE del 29,9. La Francia è al 41,5, la Spagna al 38,9, la Germania al 22,6, la Spagna al 38,9. Peggio di noi fanno solo Turchia, Slovacchia, Romania e Repubblica ceca (dati eurostat 2007).
Le prospettive
Una considerazione a parte merita la condizione femminile: in media in europa le laureate (donne) superano i laureati (uomini) di oltre un terzo. L'Italia si colloca oltre la media dell'europa occidentale, in linea con i paesi dell'area mediterranea.
(Dati Eurostat).
Quindi donne più brave, ma poi l'impiego in posti adeguati non segue la stessa proporzione. Il sottoinquadramento femminile supera quello maschile
(Si veda a proposito del sottoinquadramento la tavola 8 a pag.14 del rapporto ISTAT su giovani e lavoro nel 2009).
L'Italia è in netta controtendenza rispetto all'Europa per il collocamento femminile; in aumento la disoccupazione anche per le neolaureate.
(Tavola ISTAT - andamento occupazione 2009)
La spesa
E' noto che in educazione e formazione spendiamo meno degli altri: il 4,3 del Pil rispetto al 5,59 della Francia, al 4,50 della Germania e al 5,39 del Regno Unito .
(Leggi i dati OECD.)
Per ogni studente universitario spendiamo 8.725, contro gli 11.568 della Francia, i 13.016 della Germania, i 15.447 del Regno Unito ( dati 2006 in dollari Usa ).
Per il personale di ruolo (docenti, ricercatori, tecnici amministrativi) la spesa annua è di 7.881.536 euro. ( Rapporto CNVSU 2009 )
In conclusione. L'Italia spende meno rispetto ad altri paesi europei, ma produce risultati molto inferiori. I dati confermano un gigantesco problema di efficienza del sistema. Ne consegue che limitarsi a reclamare carburante per una macchina destinata a sprecarlo, non ci sembra una grande idea.
Paolo Allegrezza - Paolo Emilio Cretoni
lunedì 3 gennaio 2011
Scuola. Numeri utili
1) L'Italia produce poco diplomati. A fronte di una media Ocse di 66 diplomati su 100 individui compresi nella fascia 25 - 64 anni, da noi ne abbiamo 44. Venticinquesimi su trenta paesi.
2) Spendiamo il 4,9 % del Pil in educazione, un punto meno della media Ocse che è al 5,8%. Allora andiamo male perché spendiamo poco ? Non sembra. Il costo di un alunno è pari a 7.474 dollari equivalenti e supera quanto si spende in media negli altri paesi (6.081 dollari). Abbiamo 139 insegnanti per 1000 studenti, mentre la media Ocse è di 107.
3) Il problema è nella composizione e preparazione del corpo docente ? In larga parte sì. In Italia, la quasi totalità alla materna e all'elementare, tre quarti alla media e il 60 per cento al superiore è composto da donne. Nella scuola elementare nei paesi Ocse, i maestri maschi sono 20 su 100. Ma è sugli insegnanti "giovanissimi" (con meno di 30 anni) che si vede la differenza.
In Italia, per la struttura dei percorsi formativi dei docenti, i giovanissimi sono praticamente inesistenti al superiore. Nei paesi Ocse se ne contano il 13 per cento. Stessa cosa all'elementare: 1,8 contro 16 per cento.
4) I docenti sono pagati poco ? Su 32 paesi (compresi Usa e Australia) siamo al 21° posto. Al 22° e 23° posto ci sono Francia e Svezia. Però entrambe ci superano, rispettivamente di 7 e 10 punti, nel profitto degli studenti in matematica. I carichi di lavoro dei docenti sono, invece, nella media Ocse.
Che dire ? La scuola italiana è costosa e in quanto a produttività è messa male.
Ancora sicuri, a sinistra, che il problema sia l'attacco alla scuola pubblica ?
I dati sono tratti dal rapporto Ocse Education at glance (dati 2008) e dalle statistiche oecd - Education .
domenica 2 gennaio 2011
Numeri utili 2: Università
Alcuni dati utili ad inquadrare la questione universitaria. L'Italia investe in educazione terziaria (università, dottorati, master, ecc.) lo 0,7 % del Pil a fronte dell'1,1, di Inghilterra, Francia e dell'1% della Germania. Circa il 30% di meno. Tuttavia, il nostro paese non produce solo il 30% dei laureati in meno, ma il 50% (fonte, Luca Ricolfi, Illusioni italiche). Roberto Perotti nel libro del 2008, L'Università truccata, aveva già dimostrato come la spesa universitaria italiana per studenti frequentanti è una delle più alte al mondo. La conclusione è che l'Università italiana avrebbe bisogno prima di una seria riforma che elimini inefficienze e rendite (penalizzare le sedi peggiori per qualità della didattica e della ricerca), in un secondo tempo di un aumento dei finanziamenti.
p.a.
Leggo con interesse i numeri desolanti. E mi associo al commento. A volte viene un poco la disperazione. L'università italiana si è andata progressivamente distruggendo in un processo circa quarantennale. Ogni nuovo passo, apparentemente plausibile in sé, in mancanza di un insieme di coerenze è divenuto follemente peggiorativo! Ne enumero qualcuno:
- la liberalizzazione degli accessi anni 70, risultato grandi numeri ma niente personale né strutture qualificate.
- riforma universitaria anni 80, ope legis de facto per ex borsisti assunti sl 99% in ruolo intasando per due generazioni il reclutamento Contemporaneo svuotamento di significato del dottorato (non prevedendo alcun serio canale privilegiato nei concorsi e obbligando i giovani dottori ad accodarsi a tutti i ricercatori o associati promossi vin precedenza!).
- Anni novanta e Riforma Berlinguer. Disattesa ogni serietà al concetto di valutazione e a quello di economia, sostanziale scadimento della educazione universitaria con la norma dei concorsi locali con addirittura tre vincitori per posto. Questa regola, attraverso gli incroci baronali di favori tra sedi, ha creato facoltà universitarie che sono ricettacoli di famiglie locali con percentuali di omonimie di cognomi che superano il 50%.
La recente "riforma" ha alcune regole non errate per principio, ma inserite in un quadro già moribondo saranno sicuramente peggiorative! Per esempio, in tutto il mondo che conosco i trentenni hanno contratti privatistici per sei anni e solo dopo fanno i concorsi per essere di ruolo. Ma in Italia già adesso i ricercatori di ruolo in discipline competitive scappano, immaginate ora che non hanno neanche il ruolo e guadagnano 1500 euro quando all'estero il
Minimo è 3500! E' solo una delle osservazioni, lasciamo stare il taglio dei fondi, o l'ancora maggiore accentramento di
potere agli ordinari.
Purtroppo in un processo di decadenza di 40 anni, credo che sia proprio il principio della riforma democratica e "negoziata" che non funzioni più. Vorrei Napoleone che si riunisce tre giorni con gli esperti e ridisegni tutto daccapo! E poi con le guardie lo Imponga cominciando con togliere (come Napoleone fece!) tutte le cariche ai baronetti, rettori, presidi e direttori che sono quasi sempre i custodi di interessi di famiglia invece che di Stato!
E' una utopia certo, ma è difficilissimo dire qualcosa di vero se no. Saggio vuole che si
metta a tutela l'università, direte voi. Forse si, in ogni caso non vedo come le regole sin qui seguite dalla politica abbiano prodotto alcunché di positivo.
Naturalmente, in molti resistiamo con qualche dignità e forse anche utilità per i nostri allievi. Anche io cerco di farlo, cerco di non offendermi troppo per gli sgarbi personali e generali e cerco di lavorare con più serietà e più amore per questo lavoro che posso.
Antonino Saggio, professore associato Sapienza, U. Di Roma Architettura
sabato 17 luglio 2010
La Gelmini non è belzebù
Il Pd, invece, dovrebbe raccogliere la sfida riformista della Gelmini e rilanciare. Che si facciano i test Invalsi a settembre e a giugno e si accerti quali scuole non riescono a far migliorare i propri studenti e perché. Se fatti seriamente si vedrà che i livelli più bassi si registreranno nelle scuole paritarie cui tanto tiene la ministra. Ma, per carità, non si imbracci la bandiera della demagogia contro ogni misurazione. La Gelmini qualcosa di condivisibile la sta facendo: dal riordino dei licei, alla riorganizzazione dei corsi universitari.
Non basta? Certamente no. La riforma che attendiamo da anni, il superamento della media e la creazione di due cicli di studi, nessuno sembra in grado di farla. Neanche un governo che per i numeri che ha dovrebbe farsi beffe delle lobbies. Gli altri capitoli del libro dei sogni della scuola potrebbero essere intitolati all’eliminazione delle graduatorie provinciali, all’assegnazione ai presidi della facoltà di assumere insegnanti reclutandoli sul mercato, alla possibilità di diversificare gli stipendi sulla base della mission assegnata. Insegnare a Tor Bella Monaca non è la stessa cosa che farlo nel centro di Roma. Chi se la sente, sulla scorta di obiettivi previamente identificati, perché non dovrebbe guadagnare di più?
Una chicca, infine, di cui poco si parla: le scuole paritarie italiane all’estero. Sono spesso esempi di inefficienza e mediocrità dell’offerta didattica. Eppure continuano ad assorbire soldi, fuori da ogni controllo. Si trovano prevalentemente in Sudamerica e servono a pagare costose trasferte per gli esami di stato agli insegnanti e altrettanto costose “visite ispettive” condotte da funzionari dell’Istruzione e degli Esteri. Le dovrebbero controllare ordinariamente gli ambasciatori che non hanno naturalmente alcun interesse a denunciare situazioni critiche, perché avere una scuola nella propria sede è motivo di prestigio e finanziamenti. Il tutto con il consenso del sindacato. Non è un buon tema per i conservatori di casa nostra ?
p.a.
lunedì 24 maggio 2010
Scuola, Don Milani, Gelmini
Inqualificabile proposta Pdl, con approvazione Gelmini, sull'apertura delle scuole posticipata al 30 settembre. Che la scuola debba mirare a formare piuttosto che servire da puntello all'industria dell'intrattenimento o del turismo, non viene contemplato da costoro. Non solo Maria Montessori, ma persino il maestro di Vigevano si staranno rivoltando nelle tombe. Due contributi su Don Milani. http://www.youtube.com/watch?v=2Lexadgp1B0&feature=related
martedì 23 febbraio 2010
SCUOLA
Decreto Interministeriale
Articolo de Il Giornale
venerdì 19 febbraio 2010
SCUOLA, ITALIA 3
Vedi l'inchiesta di Iacona
domenica 14 febbraio 2010
Nuova scuola ?
Una maggioranza blindatissima ha varato la riforma della secondaria superiore in gran fretta e "sotto ricatto" dei già decisi tagli finanziari...
Un riordino degli indirizzi e dei curricula era indispensabile ed atteso, ma si poteva e doveva dargli un senso rispetto a coerenti (e possibilmente condivisi) obiettivi formativi; per non parlare dei probabili tagli decisi all'ultimo minuto solo per gli istituti tecnici e professionali, già abbastanza "bistrattati" nel nuovo ordinamento.
In allegato un commento di Giovanni Bachelet. ( Leggi )
( Tra i commenti a questo post una ricca analisi di Paolo Allegrezza è supportata da dati statistici illuminanti. Ecco i links:
dati Eurostat , PISA tests , dati Ocse sulle retribuzioni ).
Questo spazio potrebbe aiutarci a condividere ulteriori idee, commenti, proposte sulla politica scolastica; invitiamo studenti, genitori, docenti a partecipare.
venerdì 12 febbraio 2010
SCUOLA, ITALIA 2
Se ne parla poco, ma la scuola italiana non ha soltanto un problema di qualità dell'apprendimento. Da anni siamo agli ultimi posti nei Pisa test e da anni abbiamo un elevato livello di dispersione scolastica. E' questa perdita silenziosa di studenti il cancro della scuola italiana. Quasi un terzo degli iscritti alle superiori non riesce a conseguire un diploma. Inutile dire che le percentuali del sud sono doppie o triple rispetto a quelle del nord, in corrispondenza di quasi tutti gli indicatori. Non è con la solita litania dell'attacco alla scuola pubblica che si affrontano questi problemi. Anche perché abbiamo una delle spese scolastiche più alte fra i paesi europei (97% in stipendi) con un numero di ore annue tra i più ridotti. Di questa emergenza nazionale qualcuno prima o poi dovrà parlare e dire anche cose sgradevoli per quella che forse è l'ultima costituency della sinistra in questo paese: gli insegnanti. Si potrebbe partire da due "piccole" proposte: inserimento di meccanismi premiali per chi lavora meglio e di più, avendo preventivamente fissato gli obiettivi; trasferimento di risorse privilegiato verso i territori più critici con monitoraggio costante dell'investimento.
venerdì 5 febbraio 2010
SCUOLA, ITALIA.
E'ora di iniziare un dibattito sulla scuola che prescinda dai luoghi comuni sindacali e mediatici. Per gli uni da circa trent'anni, con governi di tutti i colori, c'è "un pesante attacco alla scuola pubblica". Per gli altri la scuola è una sorta di territorio di nessuno in mano a torme di studenti maleducati e docenti depressi. Da una rilevazione Istat del 2007 emerge che la scuola italiana non è sull'orlo di una crisi di nervi, come viene spesso rappresentata. Ha le sue luci e le sue ombre, ma ha anche un numero elevato di studenti e docenti che ne dà un giudizio positivo. Forse bisognerebbe partire da situazioni reali e pensare a come intervenire non dappertutto, ma nelle situazioni di maggiore difficoltà (il Mezzogiorno). Magari introducendo la valutazione degli istituti e incentivi per i docenti che accettano di andare a lavorare in contesti particolarmente difficili. E riescono pure ad ottenere dei risultati. Un approccio da riformisti, insomma, più che da chiaccheroni. Leggi i dati ISTAT .

