sabato 14 gennaio 2012
Danilo Dolci: dell'utopia concreta
Un articolo di Paolo Allegrezza, mondoperaio n. 12/2011.
Nelle sue conversazioni domenicali a Radio Radicale
Marco Pannella richiama spesso una galleria di personaggi
– Pannunzio, Salvemini e Rossi i più citati – costituenti
un suo ideale pantheon liberale e libertario. Un’operazione
sulle radici storiche e l’identità assai diversa dal bizzarro sincretismo
proposto da Veltroni in un ormai lontano congresso
dei DS (Robert Kennedy, Lennon, Don Milani, Berlinguer).
Identità, memoria, radici storiche, parole ineludibili per
chi oggi (è il caso del Partito democratico) ambisce a proporsi
quale soggetto politico in grado di ricomporre la diaspora dei
riformisti. Non bastano generici richiami alla amalgama di
culture politiche del secolo scorso, con l’aggravante della loro
limitazione al cattolicesimo democratico e al comunismo
italiano a dar vita ad un mito fondativo che non può risolversi
nelle sole primarie: si sente il bisogno di un’identità definita
non per astrazioni, ma costruita su persone e fatti.
Continua
mercoledì 17 agosto 2011
Il sogno del riformista
martedì 7 giugno 2011
Sinistra e lucida follia ?
Trappeto,
Caro Aldo sarebbe cosa bellissima che ai primi di settembre tu potessi tenere qui un seminario su Gandhi. Non solo ci saranno molti nostri amici ma alcune centinaia di pescatori e vaccari, braccianti. Si potrebbero far stampare pagine di Gandhi, ecc. Oppure potresti parlare di San Francesco e di Gandhi. Inutile dirti che preziosissimo "pubblico" c'è (...) Io da domenica prossima andrò a pescare per due mesi: fin che non potrà esserci altra fonte immediata di vita, per questi pescatori, per quanto mi ripugni voglio essere......loro complice.
Tuo in Dio
Danilo
domenica 22 maggio 2011
Pantheon dei riformisti: Danilo Dolci
martedì 17 maggio 2011
Capitini: per un pantheon della sinistra riformista

Pubblichiamo il testo della lettera di religione n. 19 scritta da Aldo Capitini nel 1953, nella quale il filosofo umbro parla della possibilità di una nuova religione che promuova la liberazione integrale dell'essere. Parole che sembrano provenire da altri mondi, tuttavia ci ostiniamo a ritenerle tutt'altro che estranee alla costruzione di un'identità riformista.
Caduta del mondo religioso impostato sulla tradizione. Perché si è visto che l'istituzione ecclesiastica pretende di avere un'autorità assoluta per imporre credenze che molte volte sono leggende (per es. l'ascensione di Gesù) e dogmi (per es. l'assunzione di Maria) e comandi (per es. di votare per i partiti dei conservatori e dei capitalisti) che sono inaccettabili.
Anche Roma antica, anche il paganesimo aveva una tradizione; la verità religiosa può essere diversa dalla tradizione; anzi molte volte la tradizione e il passato sono cose da superare in nome di esigenze più profonde.
Sviluppo moderno della comunanza, dell'attività, dell'apertura. Per sottrarsi all'assolutismo il mondo moderno ha sviluppato i principi della tolleranza religiosa, della comunanza fra tutti gli uomini e del valore della coscienza morale indipendentemente dalle credenze religiose e dai sacramenti, ha favorito l'attività, l'esperienza, la libertà di produzione e di critica, come elementi fondamentali della formazione dell'uomo e della sua vita attuale, che riceve il passato ma non autoritariamente, perché vi sceglie solo ciò che la coscienza può accettare.
Questo senso moderno si diffonde oggi a tutto il mondo, contro i pregiudizi e i privilegi.
Il problema oggi è di portare questo a punti più profondi, religiosi. Il mondo moderno rischia di superficializzare, di esaltare la "vita", di perdere il senso drammatico della liberazione dell'uomo dai limiti del dolore, del peccato, della morte, di fare riforme sociali senza un'interiorità rinnovata veramente.
Tanto è vero che continuano le religioni tradizionali, pur con i difetti detti sopra.
Segno che qualche cosa manca al mondo moderno, se non riesce a liberarsi del tutto dalle vecchie forme religiose.
Il senso profetico della religione aspira alla liberazione. Nella vita religiosa i sacerdoti difendono un'istituzione tradizionale, un ordine e oggetti che dicono sacri; i profeti, gli eretici, i liberatori sono staccati dalle istituzioni, sollecitano alla liberazione dai limiti del dolore, del peccato, della morte nella viva coscienza del bene e del male e non in oggetti miracolosi: sono minoranze, e molte volte testimoniano col martirio.
Per andare oltre il mondo tradizionale e il mondo moderno, bisogna ravvivare la posizione profetica a preferenza di quella sacerdotale (che si appoggia all'istituzione, difende la conservazione e educa al conformismo).
La religione è dissenso con il mondo com'esso è. La vita religiosa perde il suo senso essenziale se accetta l'umanità, la società, la realtà com'esse sono.
La religione è intimo travaglio, malinconia, protesta, dissenso, dramma, e le forme piú serie in cui essa si è espressa, come la rinuncia, l'invocazione, la preghiera, la speranza, sono segni di questo.
La religione non può accettare la realtà che dà tanti colpi agli innocenti, ai giusti; non può accettare le strutture attuali della società, e piú o meno deve stare sempre all'opposizione, e non ha a che fare nulla con incoronazioni regali e concordati statali, non può accettare il nostro essere stesso con tutti i nostri umani difetti e limiti e ridicolaggini e miserie, né può santificare il nostro passato cosí insufficiente, né eternare i fatti, gli eventi, le azioni.
Anche le rinunce hanno un significato in religione, quello di non far la pace coi mondo com'è, di voler mantenere il dislivello tra il mondo com'è' e il mondo come deve essere, liberato dal male, dalle chiusure: questo dislivello significa che uno soffre perché l'uomo è colpito dal mondo, perché i vivi usurpano il posto che tenevano i morti, molte volte migliori, perché la realtà finora è fatta in modo che tanti esseri viventi vivono per la morte di altri.
Ma, insieme con questo, c'è nella religione la certezza della liberazione, la profonda persuasione che il mondo, il tempo, lo spazio, la realtà com'è con le sue leggi e il dolore sono limitati, cioè hanno una fine davanti ad una realtà liberata, a Dio; e chi sente questo, conforta la tristezza del mondo, con la Presenza superiore, già coglie la Festa e ne ha scoperto il rasserenamento, pagato con il travaglio del dissenso col mondo al punto di partenza.
In questo senso la vita religiosa (sentendo profondamente questo travaglio, e perciò scorgendo il limite del mondo e la sua liberazione) vive in sé stessa la suprema protezione, difesa, fonte di intrepidezza, di forza di tirare avanti, piú che da ogni altra cosa nel mondo.
La religione vuol portare tutti alla liberazione. Cosí il termine "apertura" acquista un valore piú profondo di quello moderno e laico di tolleranza e di dialogo.
Significa: nel dissenso col mondo e nell'intravedere la liberazione, portare tutti alla realtà liberata.
Tutti è la grande realtà da tener presente.
E' piú che la riunione di coloro che credono in un determinato Dio o in una determinata salvazione, di coloro che fruiscono di certi sacramenti, o agiscono in un certo modo, e perciò sono salvati e separati da altri.
Tutti comprende veramente tutti gli esseri, nessuno escluso e per nessuna ragione; e tutti arriveranno alla liberazione, senza nessuno che vada all'Inferno, dove i beati guardino godendo a quelle sofferenze perché sono la prova della giustizia di Dio (come dice San Tommaso, piú conformista all'ordine dell'impero che lui dice divino, che sensibile alla presenza dei singoli esseri e alla loro finale liberazione).
Nella religione tradizionale uno credeva di salvarsi per suo conto, nello stesso modo che si faceva una proprietà privata per suo conto.
Tutti, invece, arriveranno alla liberazione, e noi sentendo per amore nel tu che ognuno è piú delle sue azioni, dei suoi fatti (che finiscono mentre lui è destinato all'eterno), già poniamo le premesse per il superamento della credenza in un Giudizio che condanni alcuni a un dolore senza che questo dia liberazione. (Cosa da non attribuire a Dio, perché sarebbe crudeltà somma in un uomo).
Apertura a tutti da un alto livello. Ecco, dunque, il metodo attuale religioso: dal punto della vita piú tesa del valore, dell'interiorità, di tutto ciò che si reputa alto, apertura a comprenderci tutti, e non restare lí chiusi, in un rapporto privato tra l'individuo e Dio.
Se c'è questa chiusura, allora anche la preghiera non è veramente religiosa, e diventa personalismo e gusto di sequestrare Dio per le proprie faccende.
Allora può anche esser meglio non pregare, se non c'è nello stesso tempo l'apertura a chiamare tutti in quella Presenza.
Il valore aperto alla compresenza di tutti. Con questo metodo religioso, noi sentiamo che tutto ciò che che facciamo o conosciamo di valore (atto di bellezza, di bontà, di verità, di onestà ecc.) si realizza con l'aiuto intimo di tutti, vivi e morti, vicini e lontani, e anche infermi, esauriti, distrutti.
Non è cosa individuale, ma corale.
Abituarsi a sentire cosí, è mettersi nella vera vita religiosa.
Tutti possono essere Gesù Cristo. Riconosciuto che i due elementi essenziali di Gesú Cristo sono, tralasciando ciò che è contingente, storico, della tradizione o mentalità di allora:
1. passione-crocifissione nel mondo; 2. fare aperto, amando ognuno, perdonando infinitamente;
tutti possono seriamente viverli e moltiplicarli; mettendo fine alla chiusura idolatrica, autoritaria, regale di Gesú Cristo, che va contro lo stesso Gesú Cristo, che diceva. ciò che farete agli affamati, ai sofferenti, ai miseri, ai bambini, è come lo faceste a me; cioè già egli voleva che si realizzasse la moltiplicazione cogliendola noi in tutti.
Tutto, diventare di tutti. Anche per ciò che riguarda i beni del mondo, oltre che i valori, può applicarsi lo stesso principio religioso.
Il punto di arrivo è che la proprietà di tutto sia di tutti, cosí come tutti abbiano la libertà.
Il nostro lavoro fin da ora è di non sentirei proprietari, e riconoscere che ciò che noi abbiamo o ci procuriamo è semplice mezzo per incamminarci meglio in una vita religiosa.
Avremo cura di evitare sempre l'oppressione e lo sfruttamento, e di promuovere senza interruzione la libertà e l'uso dei beni della vita per tutti.
Siccome non potremo dare questi anche ai morti (che pur meriterebbero per l'aiuto che ci dànno), li daremo, con maggiore entusiasmo che agli altri, a coloro che assomigliano ai morti, e cioè agli sfiniti, diminuiti, pallidi, silenziosi.
Nel tu si coglie l'inizio della liberazione.Se questa è la religione, se queste idee si trova che soddisfano profonde esigenze nelle difficoltà di oggi di un'apertura religiosa mondiale, se uno le considera seriamente (come pregando, come confessandosi, come umiliandosi e sperando), nell'incontro che facciamo, nel tu che diciamo, nel primo saluto a un essere che nasce alla vita, noi vediamo un inizio della realtà liberata.
Aldo Capitini
Perugia, 20 giugno 1953
martedì 26 aprile 2011
Binni politico
venerdì 25 marzo 2011
venerdì 18 marzo 2011
Liberale e socialista: una proposta per la sinistra italiana
p.a.
L'Appello.
giovedì 10 marzo 2011
Maestri dimenticati. Mario Paggi e l'azionismo liberaldemocratico
Chissà se oggi, a distanza di dieci anni che sembrano un’era geologica, Walter Veltroni riproporrebbe il pantheon della sinistra presentato al congresso torinese dei DS, nel gennaio 2000.Molto probabilmente no, se non altro perché la spregiudicata sintesi culturale lì tentata non è certo riuscita ad imporsi “come narrazione”, per dirla alla Vendola. Piuttosto che cercare un’improbabile sintesi tra Berlinguer, DonMilani, Lennon e Kennedy sarebbe stato più saggio volgere lo sguardo a casa nostra. A quel novecento italiano appena concluso, più specificamente alla galassia laico - azionista che di contaminazioni fra culture politiche ne aveva tentate, eccome.
A dire il vero la considerazione e le citazioni nei riguardi del filone giellista dell’azionismo non erano mai mancate nel dibattito dei postcomunisti. Figure come Foa e Galante Garrone, provenienti dall’esperienza di Giustizia e Libertà, o Bobbio, giunto al Partito d’Azione sulla scia del liberalsocialismo di Calogero e Capitini, godettero di vasto e meritato riconoscimento. Ma la vicenda del P.d.A. non è, come la storiografia più recente ha ampiamente sottolineato, risolvibile nel solo ambito del socialismo liberale. Spicca, nelle varie riscoperte del riformismo novecentesco successivo al 1989, il disinteresse della sinistra italiana nei riguardi del filone liberaldemocratico dell’azionismo, espresso da figure come Ugo La Malfa, Adolfo Tino, Carlo Ludovico Ragghianti, e soprattutto dal piccolo gruppo di Stato Moderno, la rivista di Mario Paggi edita tra il ‘44 e il ‘49. Eppure, volendo andare alla ricerca di incunaboli e possibili padri nobili del partito democratico, i liberaldemocratici, utilizzando un’espressione nella quale probabilmente molti di loro non si sarebbero riconosciuti, avrebbero pieno titolo ad essere considerati.
Sulle pagine de Lo Stato moderno si discusse a lungo della nascita in Italia di un partito democratico, ed anzi nella mancata evoluzione in quel senso del P.d.A. fu individuata la causa del suo fallimento. La stessa polemica che vide coinvolti Lussu e la componente giellista da una parte, e dall’altra la destra azionista (termine che necessiterebbe di ulteriori specificazioni poiché si trattava di uno schieramento tutt’altro che privo di differenziazioni, come dimostrano le diverse scelte compiute da Paggi e LaMalfa all’indomani del congresso azionista del marzo ‘46) ha più di un interesse per i riformisti italiani che sessanta anni dopo sono impegnati nella costruzione di un partito democratico. Perché era posta lì una questione che ancora oggi appare aperta: quale identità per un partito riformista collocato nel campo delle forze progressiste che ambisca a svolgere una funzione maggioritaria? Paggi, nel ‘44, sintetizzò la questione nella felice formula che richiamava al dilemma azionista tra grande partito democratico o piccola eresia socialista (novembre 1944). Sottintendendo la necessità di emanciparsi dall’ipoteca marxista e classista che identificava allora la sinistra socialista e comunista. Dopo il 1989, e dopo la conclusione dell’esperienza della sinistra clintoniana e blairiana, non è più tempo di eresie, né di modelli forti cui fare riferimento. La domanda da porre oggi riguarda piuttosto quale partito democratico si voglia costruire.
(Continua la lettura.)
lunedì 20 settembre 2010
Oltre lo schermo
Entrambe nel loro ultimo numero hanno parlato di un seminario svoltosi a Roma nel giugno scorso ed avente ad oggetto il modo in cui il socialismo europeo può pensare di dare una risposta alla crisi economica internazionale e da lì provare a rialzare la testa. Da segnalare la relazione introduttiva di Salvatore Biasco imperniata sul ritorno ad incisive politiche pubbliche nel segno del superamento dei dogmi neoliberisti da cui la sinistra europea vincente nello scorso decennio si sarebbe fatta ammaliare. Biasco, e con lui altri relatori, propone un nuovo interventismo pubblico nel segno del primato della politica da svilupparsi entro un rinnovato contesto europeo. La premessa è individuata nell’estensione della costruzione europea dal livello economico a quello politico.
Chi scrive ha più di una perplessità sulla validità di questa ricetta, di cui non si capisce l’effettiva distanza dal tradizionale tassa e spendi della sinistra pre Blair; oppure sulla sua utilità nel superare l’annoso problema italiano di un costo del lavoro per le imprese quasi pari a quello tedesco con salari inferiori del 40%. Per non parlare del peso delle tante corporazioni. Ma non è questo il punto.
Sull’ultimo Mondoperaio vi sono articoli puntuali e documentati sul Mitbestimmung, il modello tedesco di partecipazione dei sindacati nei consigli di sorveglianza delle aziende, sulle proposte Ichino-Boeri riguardanti il contratto unico e, udite udite, sulla retorica anti urbana di certo ambientalismo (in un pezzo di Guido Martinotti).
Tutt’altro che chiacchiere. Temi difficili, si dirà, poco adatti al chiacchiericcio di Porta a Porta o Ballarò (Santoro è un’altra cosa), ma di cui il leader di un partito riformista come il Pd non può non parlare. Perché se si trova il tempo per commentare l’ultima boutade di Veltroni, bisogna trovarne il doppio per parlare di cosa si vuole fare una volta al governo. Che si aguzzino gli ingegni, magari escogitando qualche inedita forma di comunicazione. Ci sono tanti
professionisti del settore che potrebbero essere d’aiuto. Bersani potrebbe iniziare a non rispondere più quando lo interpellano sulle solite banalità ed andare a ruota libera con dati e proposte di governo. Forse all’inizio lo prenderebbero per matto, ma poi potrebbe comunicare a chi lo ascolta un vago senso di soddisfazione, se non di piacere, assente nelle sue ultime, cupe perfomance televisive.
p.a.
lunedì 30 agosto 2010
Le riforme scendono sulla terra ?
Vuoi vedere che parlare di riforma elettorale non è esercizio per iniziati? Una conferma giunge da quanto sta finalmente avvenendo nel Pd dopo la lettera di Bersani a Repubbica. La proposta dell’alleanza costituzionale ha un senso se è tenuta insieme da un’idea comune sul post-Porcellum. E se si aggiunge che l’argomento che può unire, seppure a tempo, centristi vari, Casini, il Pd-Ulivo è il modello tedesco, le conclusioni sono presto tratte.
E a trarle ci hanno pensato anche gli ulivisti – veltroniani – ex referendari del Pd che hanno dato vita ad un gruppo trasversale pro uninominale maggioritario(www.uninominale.it). Bene hanno fatto, così come bene faranno i sostenitori del modello tedesco ad uscire allo scoperto e condurre una limpida battaglia politica. Poiché non si parla di quisquiglie, ma della qualità della nostra democrazia, sul tema non sono possibili furbate o posizionamenti tattici. Si vuole il modello neo parlamentare in vigore in Germania, compreso l’assetto federale, o si preferiscono le soluzioni Westminster, francese o presidenzialista all’americana connesse all’uninominale maggioritario? Chiarendo che la prima non produce affatto bipartitismo, la seconda unita al doppio turno non la vuole quasi nessuno e la terza è applicata con successo solo negli Usa.
Chi scrive sostiene la bontà del sistema elettorale tedesco cui andrebbe accompagnato, tuttavia, il tema del superamento del bicameralismo. Anche qui, un argomento che può scendere dall’empireo dell’ingegneria costituzionale e divenire popolare. Passando dall’attuale Senato al Bundesrat, al posto dei senatori eletti avremo i rappresentanti dei governi regionali. A parte le ovvie ragioni di coerenza palesate da quel sistema, non sarebbe un buon modo per ridurre l’acqua in cui nuota il pesce populista?
E ancora, a proposito di scelte ormai non rinviabili per il Pd: perché non cogliere come una sfida il discorso di Marchionne al meeting di Cl? La rappresentazione di uno scontro padroni-operai simil novecentesco non regge. Il sistema di contrattazione è vecchio e va riformato, così come non può essere trascurato l’effetto devastante per la Fiat, assai diverso rispetto al passato, di una conflittualità permanente. Né è pensabile che i lavoratori non raccolgano i loro frutti dagli eventuali successi aziendali, anche in termini di partecipazione al capitale. La sfida per il Pd è tenere insieme riformismo istituzionale e sociale. Dopo tanto tempo, il suo segretario, grazie al nuovo Ulivo e all’alleanza costituzionale, ha presentato un percorso convincente. Nonostante gli urli del demagogo di turno che questa volta ha assunto il volto del sindaco di Firenze.
Ora si tratta di dare continuità alla proposta riformista, a tutto campo. Senza timidezze. Un impulso può scaturire anche dal prossimo arrivo al vertice della Cgil di Susanna Camusso, una dirigente che può contribuire a segnare un solco rispetto al sindacalismo conservatore targato Fiom.
p.a.
mercoledì 25 agosto 2010
Identikit riformisti: don Farinella
Proponiamo qui un suo intervento che, sebbene apparso ormai sei anni or sono (n. 54 di Adista Documenti – 17.7.2004) resta purtroppo ancora attuale nella rappresentazione efficace delle “nuove cinque piaghe” che affliggono la Chiesa odierna, a cominciare dalla crisi delle parrocchie, entità sempre più simili a agenzie dispensatrici di sacramenti e sempre meno capaci di essere luogo di autentica comunione e incisiva testimonianza evangelica.
Tra i rimedi da adottare per una possibile “riforma”, Farinella indica - fra l’altro - l’urgenza di liberare sacerdoti e vescovi dalle pastoie del presenzialismo e della burocrazia, tagliando “… molti impegni e attività non indispensabili per dedicarsi allo ‘stare insieme’, privilegiando i poveri in maniera permanente e non sporadica”.
Invoca inoltre un maggior ruolo da riconoscere ai laici nella parrocchia, spesso ridotti a elementi puramente “consultivi”.
A distanza di sei anni non sembra ancora di cogliere alcuna significativa inversione di tendenza…
(das)
N.B. - L'intervento di don Farinella è il terzo nel documento allegato:
LE NUOVE "CINQUE PIAGHE" DELLA PARROCCHIA/CHIESA
mercoledì 18 agosto 2010
Identikit riformisti
Nel caso romano, un'operazione del genere potrebbe avere il volto di Nicola Zingaretti, candidato in pectore per il Campidoglio. A patto, tuttavia, che si allontani dalle vaghezze tipiche del birignao veltroniano e sappia sostenere posizioni non gradite alle solite lobbies capitoline (mattone, commercio, tassisti). Anche a costo di mettere a rischio alleanze vantaggiose (Casini e terzopolisti vari). Le occasioni non mancheranno. Dalla liberalizzazione dei servizi pubblici locali prevista dal decreto Ronchi (acqua, trasporti, rifiuti), alla mobilità, alla rivoluzione amministrativa nel senso del decentramento conseguente alla nascita della Provincia metropolitana, all'avvio di progetti di green economy già attuati in tante città europee. Esiste un'ampia documentazione su queste esperienze, è auspicabile che divengano un tema delle prossime campagne elettorali comunali. Ma per farlo occorre costruire con pazienza le candidature allargando il più possibile la coalizione e radicare la proposta politico – amministrativa che ne è espressione. Ricominciare dalla vecchia, cara politica senza inseguire colpi ad effetto. Ranieri a Napoli, la prossima primavera, può aprire la strada.
p.a.
sabato 14 agosto 2010
Maestri del '900: Aldo Capitini
venerdì 23 luglio 2010
Il libro di Morando sui riformisti del Pci: una recensione
Morando è stato un giovane esponente di quel gruppo capeggiato da Giorgio Napolitano. E la rievocazione delle vicende che caratterizzarono il quinquennio 1989-1994 ci aiuta a fare i conti con la memoria. Cosa sempre utile anche per evitare – come scrive Biagio de Giovanni nell’introduzione - le repliche dure o ironiche della storia.
La tesi che l’autore si prefigge di dimostrare è che la componente riformista del Pci-Pds avrebbe potuto svolgere una funzione determinante nel costruire un partito come perno dell’alternativa al centrodestra perché il potenziale innovativo – di cui i suoi esponenti erano portatori – era maturato ben prima della svolta dell’89. Eppure tale contributo non ci fu nella misura che sarebbe stata necessaria se solo in questi ultimi anni si è potuto dar vita al Pd e concludere – almeno per quanto riguarda il nuovo soggetto politico – la lunga transizione avviatasi con la caduta del Muro di Berlino.
Morando s’interroga su questa sorta di autolimitazione e individua tre ragioni essenziali del suo manifestarsi:
1) la concezione del partito che fa della sua unità un feticcio, una priorità assoluta a dispetto dello stesso superamento formale del centralismo democratico, e del suo “centro” un luogo politico vocato a governare quasi per diritto naturale da condizionare senza mai sfidarlo con chiare alternative di linea e di personale politico;
2) la scelta di porre l’accento sugli elementi di continuità con il percorso originale del Pci e, in particolare, della destra comunista nel marcare una distinzione con il confuso “nuovismo” di Occhetto, sacrificando però a questa esigenza tattica l’affermazione esplicita di un’idea di partito che assumesse la socialdemocrazia per quella che era nella vicenda europea e cioè un’idea antitetica al comunismo;
3) la riluttanza ad acquisire il socialismo liberale come terreno di ricerca del nuovo partito, confinandolo invece in uno spazio politico e culturale altro da sé con cui confrontarsi soltanto.
La parte più utile per l’oggi è ovviamente la terza se dopo vent’anni il nostro paese non ha ancora conosciuto la sua rivoluzione liberale. Ma l’analisi delle due prime ragioni di difficoltà – concezione del partito ed eccesso di continuità – aiuta i più giovani a capire meglio la tortuosità della trasformazione del Pci in un partito effettivamente diverso da quello precedente.
Mi soffermerò sul terzo motivo del ritardo per la sua attualità. Morando racconta come i miglioristi – esponenti del Pci che escludevano la prospettiva della fuoriuscita dal capitalismo e agivano per migliorare la situazione esistente propugnando politiche riformiste – cercassero una sintesi tra liberalismo e socialismo democratico. Agivano però con le cautele necessarie per rendere quell’innovazione compatibile con la loro appartenenza a un partito comunista, quasi mimetizzandole. E contribuivano in tal modo essi stessi a non rendere visibili e attrattive la loro ricerca e le loro posizioni dentro e fuori il partito.
L’autore ricorda come già nei primi anni ’80 Salvatore Veca avesse incominciato ad offrire gli strumenti culturali per misurarsi con l’individualismo di massa esploso a seguito del ’68 e avesse introdotto nella riflessione pubblica italiana il pensiero di Rawls. Una ricerca che, in coincidenza con la caduta del Muro di Berlino, si riversa nel fortunato volume di Martinelli, Salvati e Veca “Progetto ’89. Tre saggi su libertà, eguaglianza e fraternità” che pone con forza l’esigenza di elaborare una sintesi tra socialismo riformista e liberalismo.
Morando richiama, inoltre, le concomitanti ricerche di Ranieri e Minopoli, giovani esponenti miglioristi, sul pensiero di Edward Bernstein e Carlo Rosselli e sul tentativo impossibile compiuto da Amendola nel suo percorso politico e culturale di coniugare comunismo e liberalismo, nonché i saggi di Napolitano sull’esperienza della solidarietà nazionale, in cui egli riflette sul tabù della “centralità del lavoro” e sui primi tentativi compiuti da lui stesso nel 1977 di metterlo esplicitamente in discussione per assumere nelle politiche di riforma una visione completa del cittadino non solo come produttore ma anche come consumatore e risparmiatore.
Puntigliosamente l’autore conduce la sua indagine sull’evoluzione della cultura politica dell’area riformista ricostruendo la vicenda dell’Alleanza democratica come soggetto politico dell’alternativa di governo, la nascita del Centro di iniziativa del Socialismo democratico e liberale in Alleanza democratica, con Giorgio Ruffolo ed altri esponenti di area laica e socialista, e la scelta del Pds di restringere la coalizione in quella dei Progressisti, un’alleanza di sinistra-sinistra che porterà alla vittoria di Berlusconi nel 1994.
E’ in quel frangente che prende corpo tra i miglioristi una discussione sulla natura del partito riformista attorno al quale organizzare il nuovo centro-sinistra: un nuovo partito socialista che si allea con altri soggetti politici o un partito che nel costruire un’alleanza di governo pone le basi per un nuovo soggetto politico che sia esso stesso di centrosinistra? Una divaricazione sulla natura del nuovo partito che però fa salva la politica (la costruzione di un vasto schieramento progressista di centro-sinistra, attorno a un grande partito riformista che ne costituisca l’asse e ne garantisca la guida) e le politiche (oltre il vecchio paradigma socialdemocratico, per coniugare eguaglianza ed efficienza, in una nuova alleanza tra meriti e bisogni), su cui vi era una sostanziale unità di vedute.
Ma quella divergenza sulla natura del nuovo soggetto politico portò allo scioglimento dell’area riformista, determinando di fatto l’irrilevanza politica dell’iniziativa dei singoli dirigenti. Né si ricomporrà quando nel 2001 Morando presenterà una mozione al congresso di Pesaro per sfidare apertamente Piero Fassino e Giovanni Berlinguer su chiare posizioni liberalsocialiste, proponendo un nuovo soggetto politico coi geni di quello che sarebbe stato il futuro partito democratico.
Fu davvero inevitabile far discendere dalla diversità di vedute sulla natura del nuovo partito la scelta di non agire più come componente riformista proprio nella fase in cui si stava per dar vita all’Ulivo e il nuovo centro-sinistra si preparava a governare il Paese? E’ racchiuso, a mio avviso, in quella decisione il succo della vicenda dei miglioristi: il fallimento della loro iniziativa non fu solo il frutto di un’autodifesa e di una sorta di ritrosia a non apparire come quelli che aprivano alla deriva socialdemocratica ma anche l’esito inesorabile – condiviso con la maggioranza del partito - di una presunzione e di un senso di autosufficienza perfino nel promuovere una cultura liberalsocialista. Nel Pci-Pds quella cultura era quasi completamente assente se non in tracce molto limitate che si potevano ritrovare in singole personalità, come Amendola e Napolitano, e in giovani esponenti predisposti all’innovazione che però dovevano alimentare l’ansia di mutamento dialogando e collaborando con forze esterne al partito. L‘errore fu nel non aver ritenuto necessario già in quel momento sciogliere l’esperienza comunista in un nuovo partito che, unificando i diversi filoni riformisti della nostra storia repubblicana, ampliasse le forze culturali da impegnare nella ricerca di una sintesi del liberalismo democratico, cattolico e laico, e del socialismo democratico. Se i miglioristi fossero rimasti uniti anche su questo punto, probabilmente la cultura liberalsocialista si sarebbe affermata più facilmente; ed oggi nel Pd - che comunque è stato creato - non assisteremmo al triste spettacolo di una dialettica interna tutta fondata sulle vecchie culture di provenienza: un modo di stare insieme come separati in casa, coltivando ciascuna parte l’antico vizio della presunzione autoreferenziale.
Nel ricostruire il filo del dibattito culturale che ha visto coinvolta l’area riformista del Pci-Pds, Morando affronta un tema di grande interesse su cui si è ancora riflettuto poco: il ’68 come grande occasione perduta dal Pci per rinnovare profondamente la propria cultura politica. Ne ha parlato qualche anno fa Biagio de Giovanni sostenendo una tesi condivisibile: se la Dc di Moro e il Pci di Berlinguer avessero assunto nella propria politica la centralità delle libertà e dei diritti dell’individuo che il ‘68 proponeva, si sarebbero forse collegati con un pezzo forte e nuovo della società italiana e avrebbero contribuito a fare uscire il Paese dall’immobilismo politico e sociale. Non lo fecero. E Craxi, che pure dette l’impressione di aver compreso l’importanza di quella corrente di mutamento che scuoteva il Paese, non si mise in condizione di approfittarne.
In un saggio intitolato “Il ’68 delle campagne” avevo anch’io affrontato questo tema, mettendo in risalto le radici agricole della dimensione individuale di massa e l’incapacità della politica di offrire una risposta a quella profonda aspirazione antiautoritaria e libertaria che era emersa a metà degli anni ‘60 nella società italiana - nelle sue diverse pieghe: dalle campagne alle fabbriche e alle università - profondamente provata da un processo accelerato e caotico di modernizzazione indotto dai grandi soggetti collettivi del secondo dopoguerra.
Morando annota con amara ironia come sia stato Berlusconi, a modo suo, a dare una sponda alla domanda di libertà dell’individuo che veniva da quell’onda lunga. Ma né l’Ulivo né il Pd, se non in alcune sue componenti molto ristrette, contemplano una presenza autentica di cultura liberale e socialista. Eppure la lunga transizione finirà solo quando questi due filoni, oggi dispersi in mille rivoli, daranno finalmente vita ad una nuova cultura politica che sappia gestire quella rivoluzione liberale che il Paese ancora attende da così lungo tempo. Il pensiero politico ed economico di autori liberaldemocratici come Martha Nussbaum, Amartya Sen, Robert Nozick non è mai arrivato nel nostro paese. Manca una riflessione pubblica sui temi della bioetica, sul rapporto tra società dell’informazione e democrazia, sulla relazione tra efficienza e solidarietà, sul pluralismo degli ethos del mercato, da quello utilitaristico fondato sul reciproco vantaggio a quello dell’economia civile fondato sul mutuo aiuto. Ora che i grandi mutamenti del mondo hanno modificato il senso di tante cose, il libro di Morando, insieme ad altri pochi recenti contributi, può aiutarci a riaprire la discussione.
Alfonso Pascale
martedì 13 luglio 2010
Per un nuovo anti berlusconismo
p.a.
lunedì 21 giugno 2010
Intervista a Luigi Covatta
direttore di MondoperaioScuola e formazione
sabato 19 giugno 2010
Paradossi riformisti
Intanto, la casalinga di Voghera capirà perché si chiedono le dimissioni di Bertolaso e non quelle di De Gennaro ? E l'operaio campano preferirà essere salvato, per merito della Fiom, dalla barbarie che gli prospetta Marchionne oppure produrre la Panda nel suo stabilimento e sperare in positive ricadute sul suo tribolato territorio ? E i precari avranno capito perché il PD non fa una battaglia sul contratto unico ? Il 22, giorno del referendum tra i lavoratori di Pomigliano, forse capiremo meglio se il PD ha sprecato l'ennesima occasione per lanciare un segnale in partibus infedelium.
