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domenica 26 agosto 2012

Saggio/Sauer: consigli di lettura

E' appena uscita l'edizione inglese (in cartaceo ed ebook)
della monografia che Antonino Saggio dedicò nel 1988 a Louis Sauer (Officina edizioni). L'architetto americano che ha progettato e realizzato edilizia ad alta densità e altezza contenuta (low rise high density housing). E' un libro che documenta l'intero lavoro di Sauer, fin dalle origini nei primi '60 a Filadelfia, avvalendosi di una ricca documentazione fotografica. Perché leggerlo, per di più in inglese? Il motivo principale, anche per i non architetti, sta nella documentazione di un'esperienza che è riuscita a tenere insieme qualità del progetto ed edilizia residenziale, grazie alla sapiente regia delle istituzioni locali che hanno indirizzato e dato regole. Il tutto nella giungla del liberismo nord americano che su certi temi forse tanto selvaggio non è. Se poi ci divertiamo a mettere a confronto le foto contenute nel volume di Saggio con quanto prodotto dalla nostra urbanistica contrattata (basta un qualunque scatto della nuova periferia est di Roma), c'è molto da riflettere su cosa significhi governare una città. Che non può volere dire limitarsi a stipulare con i privati un patto sulle aree e poi non badare alla qualità architettonica, ai servizi, all'impatto che quel nuovo costruito avrà sulla città. Infine, dal libro emerge come il lavoro di Sauer si sia sviluppato nei vuoti urbani, parti della città costruita da recuperare e riprogettare. Una lezione utile per noi, ora che finalmente comincia a farsi largo l'idea di porre un definitivo stop al consumo di suolo (la "linea rossa" oltre la quale non costruire più, come l'ha definita Vezio De Lucia e l'indirizzo indicato dagli ottimi referendum romani di cui proprio in questi giorni è in corso la raccolta di firme).
 Louis Sauer, The Architect of Low-rise High-density Housing




martedì 21 agosto 2012

Leggendo Infinite jest

Forse David Foster Wallace, prima di morire suicida nel 2008,  aveva trovato la chiave per raccontare il futuro - presente che ci aspetta. Lo ha fatto con Infinite jest, il romanzo uscito nel '96 e considerato ormai una delle opere fondamentali di questa nostra età liquida. La storia ruota intorno al tema della dipendenza, sviluppato dentro due luoghi claustrofobici: l'accademia di tennis Enfield e la Casa di recupero Ennet. Individui inebetiti dalle droghe e dalla perdita di senso, immersi in un mondo in cui neanche il calendario è sottratto allo strapotere delle corporations, si aggirano in un nord america sommerso dai rifiuti (ribattezzato ONAN) e per questo assorbito dal Canada. DFW lavora per accumulazione di materiali narrativi segnati dal costante ricorso alla digressione, secondo una modalità che ricorda Joyce. Anche questa volta, come nel primo '900, il romanzo ha colto potentemente la realtà nelle sue pieghe più profonde ed è riuscito a mostrarcela? Come Proust, Svevo, Kafka, Musil, i grandi che ci  svelarono la perdita del baricentro, il nuovo orizzonte obliquo e relativo nel quale avremmo dovuto imparare a muoverci. E l'importanza della malattia, si pensi alla sua centralità nella Recherche, per capire il rapporto tra il soggetto e il mondo. Se è così, se il tema della dipendenza e quello conseguente della etero direzione sono la cifra dell'oggi, allora il romanzo di DFW ci può aiutatre a demistificare il reale. Come sa fare la grande letteratura. Cominciando dalla messa in discussione, tema caro a DFW, dello strapotere dei saperi specialistici che ingabbiano il reale. E da lì partire, rimettere in campo una qualche ipotesi di liberazione che non può coincidere certo con gli scenari descritti dai vari revival filosofici anti capitalistici sostenuti dalle periodiche ondate dei  movimenti. Piuttosto riposizionarsi e ripartire da una scala ridotta, fondata sulla foucoultiana cura di sé e su una costante, inesausta pratica libertaria. Sulle nostre menti e sui nostri corpi. Perché se il futuro è quello immaginato da Infinite jest, allora è proprio della libertà che occorre occuparci. 

venerdì 17 agosto 2012

Un sogno di libertà: il 1647 a Napoli secondo Villari

"Un sogno di libertà", il libro che raccoglie e sviluppa pluriennale ricerca di Rosario Villari sul regno di Napoli negli anni della dominazione spagnola, è una lettura indispensabile per capire la storia del mezzogiorno. Un affresco ampio, di ben 665 pagine, alla maniera delle sintesi proprie della storiografia anglosassone. In più con una facilità di scrittura che ne esalta la dimensione divulgativa. Il pezzo forte è costituito dai dodici capitoli nuovi che estendono il lavoro originario uscito nel '67 alla trattazione della rivolta anti spagnola del 1647. Cosa può trovare nel libro il lettore non specialistico ? Innanzitutto, la traccia di una costante aspirazione alla libertà che trovò nel popolo e nella borghesia cittadina i suoi interpreti. Moto riformatore e rivoluzionario, tra i due vi è continuità, che vide protagonisti uomini di stato e intellettuali come Tommaso Campanella. Quest'ultimo, ricondotto alla sua dimensione di studioso avveduto e lucido, prima di farsi sostenitore della rivoluzione fu un tenace assertore delle riforme in senso anti feudale, per l'estensione della sfera di intervento e influenza della monarchia. Anche il banditismo si rivela come un fenomeno di lungo corso, altro che espressione di rivolte sottoproletarie come lo si è voluto interpretare in chiave risorgimentale. Fu espressione degli interessi del baronaggio, da essi alimentato in chiave anti regia, strumento della difesa del vecchio ordine. È quindi sfatato il mito dell'inerzia meridionale rispetto al potere, mente si conferma quello della difficoltà di dare a questo disagio il volto di un progetto politico. Limite che ha riguardato anche i due più consistenti movimenti politici che il mezzogiorno ha espresso nell'ultimo sessantennio: quello di occupazione delle terre nel secondo dopoguerra e, seppure prevalentemente siciliano, quello anti mafia dei primi anni '90. L'altro elemento riguarda la dimensione esterna della rivolta e della deflagrazione del potere spagnolo. Il moto napoletano del '47 si svolge mentre sta giungendo a termine la guerra dei trenta anni, evento che ridefinisce la geografia politica europea e segnò l'esaurimento di un sistema ormai anacronistico e troppo inefficiente come quello spagnolo dimostratosi non in grado di reggere al processo di globalizzazione da lui stesso innescato. Anche oggi la pressione della forza esterna spazza via un mondo, ma non è la fine della storia e la definitiva vittoria del capitalismo finanziario, come vorrebbe un certo pensiero apocalittico di moda in questi anni. Si sta giocando una nuova partita al centro della quale vi è il più gigantesco processo di secolarizzazione che l'umanità ha probabilmente conosciuto- come dimostra  ciò che sta accadendo in Cina e nel mondo islamico- nel quale entrano in gioco fattori economici, scientifici, religiosi. Toccherà alla politica, sempre in occidente, elaborare un modello di governo all'altezza di questa sfida in grado di proporre una nuova idea di sovranità, non più legata allo schema degli stati nazione. Dalle guerra dei trenta anni uscì vincente il modello stato - nazione, dal rivolgimento dei nostri giorni potrebbero scaturire nuove forme di governo di livello extra nazionale.




 

lunedì 9 luglio 2012

Una storia (faziosa) d'Inghilterra di Chesterton

Ripubblicato, dopo la prima edizione del 2003, Breve storia d'Inghilterra di G.K. Chesterton, curato e tradotto da Paolo Allegrezza (Rubbettino).
Non è un testo per specialisti ma l'intervento di uno dei più importanti intellettuali del tempo che sente il bisogno di scrivere per illuminare il lato nascosto, dimenticato della storia del suo Paese. Due i bersagli polemici scelti: il primo si connette alla falsa origine anglosassone del popolo inglese sovrapposta dagli storici dell'Ottocento, con un'abile operazione culturale, al passato romano e cristiano, il secondo concerne il controverso ruolo assunto dall'aristocrazia nel Settecento; se per un verso fu la protagonista della definitiva affermazione del parlamento e della costruzione dell'impero, per un altro legò sempre più le sorti del Paese alla Germania contribuendo al definitivo distacco dell'Inghilterra dalle sue origini cristiane.




 Una breve storia d'Inghilterra

venerdì 6 luglio 2012

PPP in salsa sado maso

Piccola consolazione la mancata vittoria allo Strega del romanzo di Emanuele Trevi su Pasolini. Un'operazione furba costruita intorno al tema sempreverde della morte di PPP. Stavolta si parte da Salò e Petrolio per sostenere l'idea di un PPP propenso all'androginia sulla scorta dei misteri Eleusini. A latere la figura erinnica di Laura Betti, custode del fondo Pasolini e sadica interlocutrice dell'autore da giovane. Quale il senso di un'operazione del genere ? Nessuno,  a parte l'occhiolino strizzato al sado maso. Più utile sarebbe parlare di PPP scrittore e intellettuale e delle sue contraddizioni (non trascurabili, come notò a suo tempo Sanguineti). Ma i santi, meglio se torbidi, sono tanto confortanti e aiutano a vendere. Nel video il PPP su cui merita ragionare.




mercoledì 30 maggio 2012

Cartoline eretiche

Geltrude Maria Cordovana, terziaria benedettina. Ignazio Barbieri, frate agostiniano. Furono gli ultimi due eretici mandati al rogo dall'inquisizione, il 6 aprile 1724. Come Giordano Bruno, furono bruciati vivi sulla pubblica piazza. Erano accusati di quietismo, dottrina dichiarata eretica da Innocenzo XI nel 1687. I quietisti non negavano dogmi, né l'autorità della Chiesa. Non credevano, però, nella liturgia e nelle ritualità della religione ufficiale. Tanto bastò per condannarli. I due sventurati sono citati nell'ultimo saggio di Vito Mancuso, "Obbedienza e libertà" (Fazi, 2012).


giovedì 9 dicembre 2010

La letteratura dell'osceno


Aldo Nove, con "La vita oscena" ha scritto un libro che ci mancava. Mai finora la letteratura italiana aveva rappresentato con tanto nitore il nichilismo contemporaneo, la mercificazione delle relazioni su cui sembra impastarsi quest'ultima stagione della post contemporaneità. Merito di Nove è di avere rifiutato il facile bellettrismo consolatorio di tanti suoi contemporanei in nome di un realismo straniato e sperimentale che deve molto alla lezione di Balestrini. Tanto per fare nomi, una strategia letteraria opposta a quella dei Piperno o delle Mazzantini, incapaci di andare oltre gli scontati sentieri del romanzo borghese. "La vita oscena" è un romanzo di formazione che narra la discesa agli inferi condita di alcol, droga, sesso compulsivo di un giovane io narrante. Siamo nell'Italia degli anni '70 - 80, identica a quella di oggi. In un paesaggio urbano indifferente e disumanizzato in cui la funzione del comunicare ha perso ogni potenzialità. Il protagonista si inabissa in un percorso autodistruttivo che lo porta a sperimentare l'annullamento totale di sé nel consumo. Droga e sesso diventano così i due idoli di una progressiva discesa nell'abisso dell'incoscienza. Fino alla bellissima scena finale della rinascita dal martoriato ventre materno di un doppio nel cui "sguardo vidi tutta l'ansia tutto l'orrore tutta la speranza tutto l'amore tutta la rabbia tutta l'impazienza tutto il desiderio che nel corso degli anni avevano attraversato il mio cuore". C'è molta pornografia nel libro. Raccontata come una sorta di potente narcotico in grado di lenire le fitte dell'angoscia. E' un tema tutt'altro che raro nella narrativa italiana contemporanea. Dall'intrattenimento frivolo di una Melissa P., ai rifacimenti sadiani (quanto sterili) della Santacroce, alla pornografia come allegoria del consumo e della perdita di senso di Scarpa (Kamikaze d'occidente)e, appunto, di Nove. Un tema che però necessita di un forte filtro stilistico in grado di decontestualizzarlo, secondo la lezione delle avanguardie novecentesche. Da tutto ciò, dalla coraggiosa disamina del presente condotta con la forza "aperta" e dialogica dell'allegoria può ripartire una nuova ondata della letteratura italiana definitivamente riscattata tanto dal richiamo dell'idillio quanto da quelle, sempreverdi, della fuga dal mondo.
p.a.

martedì 19 ottobre 2010

Ariosto in Garfagnana: la difficoltà italiana di essere nazione

Pubblichiamo una recensione di Franco Scarnati ad un volume, a cura di Vittorio Gatto (Diabasis), contenente le lettere scritte da Ludovico Ariosto nel corso del soggiorno in Garfagnana (1522 - 1525). Ci sono molti spunti per una riflessione sulle radici storiche del particolarismo italico. Segue un breve filmato che ripropone una riflessione di Italo Calvino sul valore "civile" del lavoro letterario del grande ferrarese.

Con questa sua esemplare fatica letteraria il professor Gatto ricostruisce con la sua “Introduzione” alle “Lettere ” la vita trascorsa da Ludovico Ariosto nella Garfagnana dal 1522 al 1525. Questo lavoro ha il merito di riproporre e di riconsegnare alla nostra attenzione una produzione epistolare che è documento prezioso per conoscere l’Ariosto nella sua vita e nel suo agire quotidiano ma anche quello di fornirci un materiale, un documento che ricostruisce il piccolo mondo in cui deve agire il poeta, lontano in tutti i sensi dai palazzi del potere ma testimone e protagonista delle vicende di un piccolo territorio italiano nella prima metà del XVI sec. .
Il riesame che Gatto ci ripropone infatti è un’analisi accurata e fedele anche nella loro cronologia delle lettere che l’Ariosto scrive durante la sua permanenza e il suo incarico di governatore in Garfagnana al duca d’Este Alfonso I e ai vari organi di governo e di giustizia dei territori limitrofi( in particolare a quello di Lucca e spesso anche a quello di Firenze). E proprio questo sguardo dall’interno permette a Gatto di attraversare e riguardare da vicino la vita e gli affanni quotidiani dell’autore del Furioso e di vedere concretamente momenti e qualità e difficoltà del suo agire che arricchiscono il quadro biografico del poeta e narratore ferrarese.
Questa ricca e preziosa disamina quindi consente di fare innanzi tutto alcune considerazioni sulla personalità dell’Ariosto e sul modo in cui egli svolge la sua attività di governatore: attenzione ai diritti dei più deboli, vigile contro i soprusi dei violenti, pronto alla denuncia e a perseguire i delitti e gli assassini, fortemente preoccupato per il pericolo di diffusione della peste, o per il rischio di carestia. Scrive Gatto: “... l’alta coscienza del compito affidatogli, la rigorosa osservanza della legge in ogni suo provvedimento, il senso di umanità che costantemente lo colloca a fianco degli umili e degli offesi- “i poveromini”- ai quali mai viene resa giustizia…” (pag. 83)
Purtroppo però il governatore è in difficoltà per le scarse forze di cui dispone e da qui le richieste di aiuto al duca Alfonso che non sembra dargli molto ascolto, e solo alla fine del suo mandato si decide ad inviare rinforzi al suo governatore; e da qui la ripetuta richiesta di azioni concertate con le autorità dei territori confinanti, Lucca e Firenze in particolare, nell’intento e nella speranza di perseguire con maggiore efficacia i malfattori, tentativi che però per molto tempo non sembrano sortire grandi risultati.
Emerge quindi da queste lettere e dalla disamina attenta che fa Gatto un aspetto che va oltre la vicenda personale e di governo dello stesso Ariosto e che lui stesso ci racconta , e cioè che questa situazione di delinquenza diffusa, accanto alla frammentazione politica e giuridica del territorio, permette ai banditi di spostarsi ed emigrare tra un confine ed un altro trovando rifugio, mentre le varie autorità di governo –divise tra Ferrara, Lucca, Firenze e anche la Roma papalina/medicea- sono indecise se non incapaci di un vero intervento per risanare quel territorio, quando non addirittura complici con i delinquenti anche per oscure convenienze politiche.
E questa situazione porta conseguenze pesanti per il commercio, a partire da quello del sale che già aggravato dal pagamento dei dazi tra le varie dogane è ora messo in pericolo a causa delle rapine dei banditi, o da quello delle castagne e delle merci in generale, e diffonde, rende possibili ruberie a danno della proprietà privata, furti della legna negli appezzamenti privati o degli importantissimi animali da soma e da trasporto, ruberie dei beni personali quando non l’assassinio dei proprietari, e varie attività di natura delinquenziale che rimangono spesso impunite, rendendo quanto mai difficile la distribuzione e la diffusione delle merci in generale, e vieppiù insicura la vita i commerci il lavoro della gente perbene .
Insomma questo esemplare lavoro di Gatto ha il merito di riproporre alla nostra attenzione questo libro di testimonianze del grande Ludovico e di cogliere quindi di più e meglio la sua personalità, il suo modo di agire, il suo sguardo sul mondo tanto disincantato nel Furioso quanto attento, tenace, imparziale e severo quando si fa giudice e governatore. Ma oltre a ciò ha un secondo merito “indiretto” potremmo dire: ci testimonia e ci permette di capire una volta di più come nel Bel paese le divisioni territoriali, esistenti sin da quando il poeta scrive queste lettere, e persistenti per secoli a venire, con tanto di dazi per il commercio e con tante rivalità di natura politica tra i vari governanti della penisola divisi anche nelle alleanze interne e con le potenze straniere( tra il partito italiano e quello filo francese), e la mancanza quindi di un governo unitario e di un mercato nazionale unico abbiano ritardato la formazione di una classe dirigente e di una nascente borghesia capace di promuovere un vero sviluppo capitalistico, così come avveniva nelle nazioni vicine a cominciare dalla Francia.
Per questo, ancora, per quella frammentazione territoriale e per quelle divisioni politiche tra gli “Stati italiani” di cui “Le lettere” sono esemplare testimonianza e anche denuncia, i destini di una patria nazionale(o qualcosa del genere) vengono rinviati e ritardati alla seconda metà dell’ottocento lasciando per secoli le genti d’Italia sotto il dominio straniero o sotto odiosi nazionali governi tirannici.
F.S.

lunedì 20 settembre 2010

La città è più verde della campagna

Segnaliamo la pubblicazione anche in Italia del bel libro di David Owen, Green metropolis (Egea, università Bocconi). Dimostra con dovizia di dati ed esempi la maggiore sostenibilità ambientale di un cittadino di New York city rispetto ad uno che vive in campagna: "l'82% degli abitanti di NYC va al lavoro a piedi, con i mezzi pubblici o in bici(...)nel bucolico Vermont, gli abitanti consumano più acqua dei newyorkesi… più del triplo della benzina… più del quadruplo dell’elettricità". A seguire il video di una conferenza tenuta dall'autore a Londra.

York city che in campagna.

lunedì 13 settembre 2010

Due letture di "Canale Mussolini"

Pubblichiamo di seguito 2 testi sul romanzo di Pennacchi. Il primo, già pubblicato, è di Paolo Allegrezza ed ha suscitato la replica contenuta nel secondo, il cui autore è Franco Scarnati. Le successive controrepliche sono in forma di commento. Il tutto preceduto da un'intervista all'autore.




Canale Mussolini, il romanzo di Antonio Pennacchi vincitore del premio Strega, è un libro che affonda le radici nella storia italiana. Racconta la vicenda di una famiglia di coloni padani dall’inizio del secolo al secondo dopoguerra e della loro granitica, irriducibile adesione al fascismo. E’ questo il punto forte della narrazione. La descrizione dal di dentro di come il fascismo fosse compenetrato alla dimensione materiale della piccola borghesia padana (i Peruzzi sono mezzadri). Secondo Pennacchi i Peruzzi, combattenti tra gli arditi nella prima guerra mondiale e successivamente vittime dei patti “vessatori” imposti dalle leghe agrarie socialiste ai mezzadri, non potevano non dirsi fascisti. Un’adesione istintiva, come quella di tanti italiani, che gli permise di trovare nel regime la risposta semplificante e comoda ad una realtà che ai loro occhi si andava ingarbugliando troppo.

Di qui l’incondizionata fiducia dei Peruzzi nel Duce e nel loro mentore e conterraneo, Edmondo Rossoni. Il gerarca ferrarese dà loro la terra e gli offre l’opportunità di emigrare nell’Agro pontino, appena bonificato. Come novelli puritani chiamati a colonizzare territori selvaggi, i contadini venuti dal nord ingaggiano una dura competizione contro “i marocchini”, gli autoctoni ostili, oppressi quanto e più di loro da una fame secolare.

Ma dovranno lottare anche contro la malaria, le alluvioni, gli investimenti sbagliati, le storture della burocrazia di regime. Il punto è che i Peruzzi sono fascisti in carne ed ossa e persino simpatici, con i quali è impossibile non solidarizzare. Il fascista che non ti aspetti. Viene in mente, come loro opposto, il personaggio dello squadrista rampante impersonato da Donald Sutherland in Novecento di Bertolucci, un piccolo borghese perverso e disumanizzato che è facile odiare.

Anche Pericle Peruzzi, il giovane maschio capobranco, durante una spedizione punitiva uccide un prete in quel di Comacchio. Ma lo fa senza pensarci troppo, rispondendo a quella legge della violenza che regola i rapporti umani di cui lui per primo è vittima. Quell’atto non avrà grandi conseguenze, Pericle continuerà ad essere convintamente fascista ed, anzi, ad ottenere per quei suoi antichi servigi un trattamento di favore per sé e la sua famiglia quando si dovranno assegnare le terre in Agro pontino.

E’ qui che il romanzo si dimostra in grado di raccontare una sua “verità” che fa della storia dei Peruzzi la storia di un clan abbarbicato nella difesa del suo interesse. Il contrario di una dimensione epica. In fondo, i Peruzzi sono ben calati nei secoli di storia italiana con i
loro pregi e non pochi difetti. E in loro non difetta certo l’opportunismo.

Appaiono più vicini agli italiani descritti in film come La grande guerra o Tutti a casa, piuttosto che all’epos, quello sì, di Roma città aperta o de La terra trema, con quella forte scommessa sul ‘noi’. Il che nulla toglie al romanzo di Pennacchi che può essere letto come
un capitolo di storia degli italiani dal punto di vista di chi (almeno politicamente) ha perso.
p.a.


Caro Paolo,
la tua recensione su "Canale Mussolini" non mi ha convinto. E'- il libro dal mio pdv- una rivisitazione del ventennio del fascio e del mito dei fascistissimi, della guerra coloniale, della bonifica per una rivalutazione e riabilitazione del periodo e dei suoi protagonisti, tutti contadini "spontanei", tutto condito in una epopea contadina col/nel mito sacrale della terra e della terra coltivata, pascolata, trainata dalla fatica industriosa della famiglia Peruzzi, nonna e nonnino compreso. Solo che l'eroe della narrazione è lo zio Pericle, riconosciuto stimato e considerato dal fascio locale e non, per meriti acquisiti sul campo, e cioè perchè spara sulle case del popolo, ammazza a bastonate il parroco dissidente,( per ordine del fascio, e non solo di quello locale ma per suggerimento dall'alto, che confessa piangente il delitto alla fanciulla che l'aveva sempre respinto e quindi il delitto si colora di rosa e di confetti) ed è pronto a tirar fuori il coltello nelle risse tra poveri. E la voce narrante, un nipote della flamiglia, te lo propone con simpatia, come un sano ed energico contadino, buon lavoratore eccetera eccetera, che infila in vicende certo un pò burrascose e movimentate, forse anche deprecabili, ma piene di avventura ed appassionanti, alla fine perchè no eroiche (magari con qualche contaddizione che per decenza viene velocemente infilata in commento). E il linguaggio della voce narrante è quello che tiene il tutto, perchè è altrettanto "spontaneo", ingenuo, semplice, immediato, direi proprio parlato con frequenti usi dialettali che rendono le vicende e il protagonista e i protagonistii- compreso lo zio Adelchi eroe d'Africa- tutto vero autentico condivisibile "simpatico". E questa è l'abilità vera dell'Autore: siamo di fronte a testimonianze vere e proprie che raccontano loro, con la loro voce, la loro appasionante e bella storia fatta di fascio e di terra . E così tutto il famigerato "ventennio" viene impacchettato in una autentica rivalutazione, comprese le migliaia di morti delle paludi pontine che vengono citati più che ricordati come "effetti collaterali" della magnifica bonifica fatta dal Duce, altro mito riprodotto a fianco della famiglia Peruzzi. Insomma, il libro e la sua premiazione mi sembrano un'abile operazione culturale e politica della Mondadori. Finito questo "pippardone" devo però precisare che quello che ti scrivo sin qui l'ho ricavato dalle prime trecento pagine, perchè il libro non l'ho ancora finito. Il seguito a prestissimo. Inoltre, ti devo aggiungere che la rivista "Left", in una sua recensione del 27 Agosto N.3 dal titolo "L'epos verace di Pennacchi" pag. 59, condivide in sostanza il tuo punto di vista.
F.S.

lunedì 2 agosto 2010

Canale Mussolini: Il fascismo dal di dentro, ma non è un epos.

Canale Mussolini, il romanzo di Antonio Pennacchi vincitore del premio Strega, è un libro che affonda le radici nella storia italiana. Racconta la vicenda di una famiglia di coloni padani dall’inizio del secolo al secondo dopoguerra e della loro granitica, irriducibile adesione al fascismo. E’ questo il punto forte della narrazione. La descrizione dal di dentro di come il fascismo fosse compenetrato alla dimensione materiale della piccola borghesia padana (i Peruzzi sono mezzadri). Secondo Pennacchi i Peruzzi, combattenti tra gli arditi nella prima guerra mondiale e successivamente vittime dei patti “vessatori” imposti dalle leghe agrarie socialiste ai mezzadri, non potevano non dirsi fascisti. Un’adesione istintiva, come quella di tanti italiani, che gli permise di trovare nel regime la risposta semplificante e comoda ad una realtà che ai loro occhi si andava ingarbugliando troppo.

Di qui l’incondizionata fiducia dei Peruzzi nel Duce e nel loro mentore e conterraneo, Edmondo Rossoni. Il gerarca ferrarese dà loro la terra e gli offre l’opportunità di emigrare nell’Agro pontino, appena bonificato. Come novelli puritani chiamati a colonizzare territori selvaggi, i contadini venuti dal nord ingaggiano una dura competizione contro “i marocchini”, gli autoctoni ostili, oppressi quanto e più di loro da una fame secolare.

Ma dovranno lottare anche contro la malaria, le alluvioni, gli investimenti sbagliati, le storture della burocrazia di regime. Il punto è che i Peruzzi sono fascisti in carne ed ossa e persino simpatici, con i quali è impossibile non solidarizzare. Il fascista che non ti aspetti. Viene in mente, come loro opposto, il personaggio dello squadrista rampante impersonato da Donald Sutherland in Novecento di Bertolucci, un piccolo borghese perverso e disumanizzato che è facile odiare.

Anche Pericle Peruzzi, il giovane maschio capobranco, durante una spedizione punitiva uccide un prete in quel di Comacchio. Ma lo fa senza pensarci troppo, rispondendo a quella legge della violenza che regola i rapporti umani di cui lui per primo è vittima. Quell’atto non avrà grandi conseguenze, Pericle continuerà ad essere convintamente fascista ed, anzi, ad ottenere per quei suoi antichi servigi un trattamento di favore per sé e la sua famiglia quando si dovranno assegnare le terre in Agro pontino.

E’ qui che il romanzo si dimostra in grado di raccontare una sua “verità” che fa della storia dei Peruzzi la storia di un clan abbarbicato nella difesa del suo interesse. Il contrario di una dimensione epica. In fondo, i Peruzzi sono ben calati nei secoli di storia italiana con i
loro pregi e non pochi difetti. E in loro non difetta certo l’opportunismo.

Appaiono più vicini agli italiani descritti in film come La grande guerra o Tutti a casa, piuttosto che all’epos, quello sì, di Roma città aperta o de La terra trema, con quella forte scommessa sul ‘noi’. Il che nulla toglie al romanzo di Pennacchi che può essere letto come
un capitolo di storia degli italiani dal punto di vista di chi (almeno politicamente) ha perso.
paolo allegrezza

martedì 5 gennaio 2010

PRESENTAZIONE


Luigi Covatta e Marco De Nicolò hanno presentato il 22 dicembre 2009 il libro di Paolo Allegrezza "La sindrome di Tolomeo. Sinistra e questione istituzionale (1978 - 2008)", lulu - materiali riformisti.
Vai al video su www.youtube.com :
- Parte prima
- Parte seconda
- Parte terza

mercoledì 30 dicembre 2009

A serious man

(p.a.) Trasportare il libro di Giobbe nel Minnesota del 1967 alternando racconti yiddish e la voce di Grace Slick. Lo hanno fatto i fratelli Coen nel loro ultimo "A serious man", un film esemplare su come si può raccontare l'identità religiosa. Chissà se il nostro cinema (Bellocchio a parte) non trovi ispirazione per uscire dalla morsa intimismo - denuncia.