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venerdì 20 gennaio 2012

Acque Torbide. I danni prodotti dal referendum

Come era ampiamente previsto, la vittoria del referendum sull'acqua ha prodotto uno scenario tanto confuso quanto potenzialmente dannoso. Per le finanze degli enti locali e per l'ambiente. I due quesiti di giugno proponevano l'abrogazione di due articoli del decreto Ronchi - Fitto: sulla liberalizzazione delle modalità di svolgimento del servizio pubblico (23 bis) e sulla possibilità che il capitale investito ottenesse una remunerazione grazie alle tariffe. In sintesi, niente concorrenza e nessun guadagno. Tutto al pubblico e a tariffe ultra popolari.  Peccato che questo scenario da fiaba non abbia nessun riscontro nella realtà. Perché ? Vediamone alcune ragioni.

1) la normativa europea prevede che i servizi siano svolti in concorrenza e, quindi, l'abolizione del 23 bis ha un effetto limitato, vista la prevalenza della normativa comunitaria su quella nazionale. 2) Per escludere la remunerazione è necessario costituire enti pubblici che prendano il posto delle attuali Spa (pubbliche o miste pubblico - privato) le quali hanno l'obbligo di fare profitti. Il che è avvenuto solo a Napoli. Ce la vedete l'Acea, con i francesi di Edf e Caltagirone soci di minoranza, divenire ente pubblico? 3) I comuni già ora non hanno soldi per investire nelle infrastrutture idriche, figurarsi se li si priva della possibilità di remunerazione. In tanti comuni turistici della Sicilia, ad esempio, i depuratori non funzionano perché le amministrazioni non hanno i fondi per la manutenzione. Lo stesso Vendola, di recente, ha fatto notare il problema. 4) L'Italia ha una rete idrica particolarmente inefficiente (si calcola che il 40% dell'acqua vada sprecata) il che al sud si traduce in uno spreco intollerabile sul piano ambientale ed economico (Danilo Dolci, il protagonista della battaglia per la diga sullo Jato, in Sicilia, si rivolterebbe nella tomba di fronte a certi dati).

Una considerazione finale.
Per crescere dal livello dell'emozionalità collettiva a quello dell'esercizio della responsabilità personale e sociale sono possibili diverse buone pratiche. Ma una precondizione indispensabile è quella di superare slogan semplicistici e utopistici per cui una certa consuetudine non si tocca, su un privilegio acquisito non si discute altrimenti si scatena l'inferno.  Se si vuole riformare qualcosa su tutto si deve discutere ed entro limiti da stabilire non unilateralmente tutto si può toccare. Quando si toglie di mezzo la ragione del dialogo (che non prevede mai una sola voce, ma due) non si risolve nulla ma si corre il rischio di far prevalere le ragioni dei forconi.

Paolo Allegrezza e Paolo Emilio Cretoni

martedì 10 gennaio 2012

Idee per Roma. La Urban green line

Urban green line è un progetto di intervento ecologico ed infrastrutturale sulla città di Roma elaborato dalla cattedra di progettazione architettonica di Antonino Saggio alla Sapienza che da anni lavora su questi temi. Si tratta di varie proposte di intervento che valorizzano il tram come mezzo di collegamento inserito nel contesto urbano cui si interconnette attraverso una serie di possibili funzioni. Non solo mezzo di trasporto, ma molto altro.  Un'idea forte prodotta in un'università pubblica che, però, ha bisogno di dialogare con la politica. E da cui la politica può trarre linfa vitale. Utopie? Forse no, se si sceglie il percorso dell'ascolto della città, così ben sperimentato da Pisapia a Milano. I riformisti, in particolare, hanno bisogno di volare molto alto e molto basso: nel senso che devono essere capaci di aprirsi a ciò che di meglio la ricerca sulle città propone con l'umiltà di dialogarvi e allo stesso tempo ascoltare i cittadini imparando a comunicare proposte complesse in modo semplice. Su questa capacità di innovazione sulla qualità della proposta e sulla comunicazione, si giocherà, secondo noi, la prossima campagna elettorale amministrativa di Roma. Alemanno ha all'attivo un disastro e, probabilmente, pagherà. Ma per i riformisti è tempo di proporre un vero progetto amministrativo dopo l'one man show veltroniano. Su tutto ciò abbiamo pubblicato "Per Roma", presso Scriptaweb, un libro che raccoglie contributi di vari specialisti. Idee per il governo della città. 

domenica 26 giugno 2011

Siamo fuori dal tunnel populista ?

Lo spettro populista è sulla via del tramonto oppure è alle porte una nuova stagione demagogica e piazzaiola ? La risposta che la sinistra riformista dovrebbe dare a questa domanda è la chiave per capire se veramente il doppio voto amministrativo e referendario ha aperto, come dicono i manifesti del PD, una nuova stagione. Se nei servizi pubblici locali diventerà tabù la parola privatizzazione, se sulle liberalizzazioni prevarranno i veti delle corporazioni, se sulla giustizia, sulle pensioni, sull'abolizione della province, sulla scuola vinceranno i richiami della foresta Fiom - Vendola, allora avremo perso l'ennesima occasione. Intanto, perché non raccogliere la battaglia di Pannella sull'amnistia ? Non c'è un terreno migliore del carcere per sfidare la bestia populista.

martedì 7 settembre 2010

Provincellum ? No grazie

Il vento della legge elettorale ha fatto il suo giro. E ora è tornato a soffiare. L'ultima proposta viene da Casini e riguarda la legge elettorale in vigore nelle province. Il sistema prevede l'elezione diretta del presidente della provincia a doppio turno con l'attribuzione di un premio di maggioranza in grado di garantire il 60% dei seggi al vincitore. I seggi in consiglio sono attribuiti sulla base di un collegio uninominale con possibilità di scelta del candidato all'interno di una rosa ristretta. Ogni lista è collegata ad un presidente candidato, con esclusione della possibilità di voto disgiunto. Uninominale sì, ma non maggioritario visto che l'attribuzione dei seggi avviene con il sistema proporzionale (metodo d' Hondt). I seggi da assegnare al gruppo o coalizione di gruppi sono individuati dividendo il numero dei voti validi ottenuti da tutti i candidati per 1,2,3,4, fino al numero totale dei seggi da assegnare nel collegio. Ne scaturisce una graduatoria di quozienti che avvantaggia i partiti più grandi. L'elezione non dipende tanto dalla forza del candidato, come nell'uninominale maggioritario, ma da quella della lista nella quale è inserito.
E allora dove sarebbe il vantaggio rispetto alla legge attuale ? Nella possibilità per l'elettore di assegnare la preferenza, seppure con una scelta limitata ad un numero ridotto di nomi, il che spingerebbe i partiti a candidature radicate sul territorio superando la “nomina” implicita nella lista bloccata. Un sistema percepito come vantaggioso dall'Udc che potrebbe sfruttare il radicamento territoriale che alcuni suoi notabili vantano nelle regioni meridionali. Ma tutt'altro che convincente. Innanzitutto, perché manterrebbe in vita il premio di maggioranza che, applicato sul piano nazionale, è un formidabile incoraggiamento per le coalizioni arlecchino.
Inoltre, per l'ennesima volta si ricorrerebbe ad un ibrido privo di qualsiasi coerenza istituzionale. Si prenderebbe un pezzo di un sistema, rigettando ciò che non piace: l'elezione diretta dell'esecutivo, da sempre giustamente osteggiata dall'Udc e sconosciuta ad ogni democrazia evoluta. Altre sono le esperienze da prendere in considerazione: tedesco o uninominale maggioritario nelle due versioni inglese o francese. E partendo da queste opzioni costruire un sistema istituzionale coerente. In materia elettorale Casini e il suo partito hanno già qualcosa da farsi perdonare. Si chiama porcellum.

p.a.

mercoledì 9 giugno 2010

Antropologia italica

A mio avviso, l’articolo “Meno Stato, più Società” di Piero Ostellino sul “Corriere” del 30-5-2010, denuncia furbizie e sprechi, ma se letto con le chiavi etologiche della gran parte degli italiani, soprattutto maschi, in realtà esalta i furbi, i ladri ed i parassiti. I vincitori sono loro, il modello è quello, non vale la pena affrontare altre strade, poiché gli altri, i produttivi, gli onesti, sono solo dei fessi.
Peraltro, la gran parte della comunicazione di denuncia, in tutti i media, ricalca lo stesso schema ed ottiene gli stessi risultati, esaltare i furbi. Forse è necessario per le vendite.
Negli ultimi anni l’unico messaggio che ha lavorato contro questo schema comportamentale è stato quello emesso dal Ministro Brunetta quando ha parlato di “bamboccioni”: non furbi, ma incapaci, patologicamente impotenti. Il risalto che è stato dato a quella frase dimostra quanto sia stata efficace. Lo è stata in quanto insolita, inaspettata: invece di denunciare i potenti e blandire le masse, evidenziava le condizioni di schiavitù del popolo bue.
Analogamente, una campagna che mettesse in luce quanto siano da compatire più che denunciare i tanti che concorrono per il posto fisso, costringendo i politici ad inventare Enti Inutili ed Università per collocarli, sarebbe forse più efficace nel dinamizzare la società italiana.
Il suo effetto sarebbe ancor maggiore se indagasse nelle radici psico e socio patologiche dell’incapacità ad intraprendere ed inventare la vita, come anche sulle conseguenze che quelle condizioni hanno nell’efficienza delle burocrazie.
Noi tutti, ad esempio, abbiamo avuto esperienza del rancore esistenziale che domina la gran parte dei dipendenti pubblici italiani e di come le loro frustrazioni si tramutino in vessazioni sia per i cittadini utenti che per i pochi che non rinunciano a creare. Chiunque abbia tentato di avviare un’attività, sia essa per profitto economico, sociale o culturale, conosce l’effetto muro di gomma e percepisce come dietro ci sia rabbia per le rinunce fatte, quindi ostilità per chi vuole rimanere libero e vivo.
Andrebbe, quindi, esplicitato come quegli impiegati, quei funzionari, siano stati, a loro volta, vittime di violenza, castrati da famiglie spaventate o spinti in carriere a loro aliene da sogni di riscatto sociale non loro.
In altre parole, evidenziare l’oggettività delle dinamiche potrebbe essere efficace perlomeno tanto quanto indicare i cattivi.

Franco Paolinelli

- Link all'articolo di Ostellino.

lunedì 31 maggio 2010

La degenerata arte di arrangiarsi

Uno sconcertante episodio di cronaca è il pretesto per rinnovare gli interrogativi sul senso delle istituzioni nel nostro paese. Proprio in concomitanza con la festa della nostra Repubblica.
Italiani inguaribilmente refrattari alle regole, viste come oppressive e non utili a regolare la convivenza civile. Tutto questo non nel regno della camorra ma nell'ordinato e prosperoso nord. Lo Stato non è in grado di presidiare il territorio e l'italiano si arrangia -stile far west- .
Da leggere il commento di Michele Serra su Repubblica: www.repubblica.it/...apologo_serra

venerdì 14 maggio 2010

Il bluff Lega

Il federalismo fiscale non si farà, per ora. Per varie ragioni, ma soprattutto perché nessuno ha ancora chiarito come fare a calcolare i costi standard: il costo di una prestazione, da Bolzano a Salerno. Quando Bersani dice che il governo non ha ancora prodotto neanche una tabella, si riferisce a questo. La Lega andrebbe inchiodata al suo pressapochismo con un’operazione verità che spieghi agli elettori del nord, e non solo, la presa in giro che stanno subendo.

D’altra parte, niente di nuovo. Nei primi anni ‘90 la Lega parlava di Roma ladrona e slogan simili, ma al momento di misurarsi con un disegno costituzionale non riuscì a produrre nulla di serio. Miglio elaborò uno strampalato progetto di divisione dell’Italia in 3 “macroregioni” che per per qualche tempo fu oggetto di qualche commento faceto.

Stesso esito per la questione immigrazione. Molto folklore (divieti all’apertura delle moschee, guerra al kebab), ma dalla Bossi-Fini scarsi risultati nella lotta alla clandestinità. Prima o poi le pragmatiche popolazioni padane scopriranno il bluff ?


venerdì 30 aprile 2010

BELLE facce

(Red.) C'è bisogno di belle facce, per ricominciare. I media propongono volti impresentabili. Di politici e di gente comune. I reality ci restituiscono un ritratto della piccola borghesia italiana deprimente cui, è questa la novità degli ultimi anni, non si contrappone un'élite credibile. Proviamo a lanciare un sondaggio di "belle facce" (viventi) da proporre. Gente poco conosciuta che non fa proclami, ma lavora e studia. Che contribuisce a capire meglio l'Italia. Insomma, dei riformisti. Che si dichiarino o meno tali.
Giuseppe Casarrubea : Intervista sulla mafia

sabato 3 aprile 2010

RIFORMISTI E 5 STELLE

Ormai appare chiaro che alle elezioni 2013 si andrà con un'alleanza ampia che provi a tenere dentro tutti, dall'Udc a Grillo. Sarà poco Lingotto, ma i numeri parlano chiaro. Per battere B. e B. c'è bisogno di tutti, nessuno escluso. E allora la scommessa del PD sarà conciliare coalizione e programma riformista. E qui entra in gioco tutta la sapienza di una vecchia arte chiamata politica. In senso alto. La speranza è che il mondo a sinistra del Pd (5 stelle, viola, Idv, S.e.L., Fed. sin.) si federi e magari indichi un suo leader che possa interloquire con i riformisti. Il PD potrebbe fare lo stesso e lanciare una campagna di adesioni che punti a far iscrivere tutti i riformisti. I primi interlocutori ne dovrebbero essere radicali e socialisti. Un "apriamo le porte del PD" che segni una mobilitazione straoridinaria del partito in primavera. Intanto, poiché con il diavolo bisogna parlare, conviene dare un'occhiata al programma del movimento 5 stelle. Che anche lì si stia facendo qualche passo in avanti rispetto al V day e al giustizialismo becero?
Leggi il programma del movimento 5 stelle

mercoledì 24 marzo 2010

CUCCHI E PERTINI

PUBBLICHIAMO L'APPELLO PROMOSSO DA MONDOPERAIO SULL'OMICIDIO DI STEFANO CUCCHI.


Roma 24 marzo 2010

Il direttore e numerosi collaboratori di Mondoperaio, la rivista fondata da Pietro Nenni, scandalizzati per la incredibile vicenda di Stefano Cucchi, che prosegue oltre la morte con l’inumazione semiclandestina dei suoi resti, hanno rivolto ad Emma Bonino ed a Renata Polverini l’appello che segue:


“Sandro Pertini non fu solo un amato Presidente della Repubblica, un coraggioso combattente antifascista, un integerrimo leader socialista. Fu anche, per molti anni, un detenuto. Se non altro per questo egli non merita che il suo nome venga in qualsiasi modo avvicinato a quello di un ospedale in cui un altro detenuto, Stefano Cucchi, è stato lasciato morire di fame e di sete.

Perciò, alla vigilia delle elezioni che decideranno chi di voi due guiderà la Regione Lazio ed il suo sistema sanitario, chiediamo ad entrambe di assumere l’impegno di cambiare subito nome a quell’ospedale. Con l’augurio che anche questo gesto simbolico valga ad accelerare i tempi della doverosa punizione sia degli ancora ignoti esecutori materiali di quel delitto, sia soprattutto di quanti, che invece ignoti non sono, di esso portano la responsabilità oggettiva in seno all’Arma dei Carabinieri, al Corpo degli agenti di custodia, alla magistratura, alle strutture sanitarie.”


L’appello è firmato da Luigi Covatta, Gennaro Acquaviva, Paolo Allegrezza, Giovanni Bechelloni, Alberto Benzoni, Roberto Biscardini, Daniela Brancati, Luciano Cafagna, Frank Cimini, Simona Colarizi, Carlo Correr, Biagio de Giovanni, Nicola Del Corno, Danilo Di Matteo, Alessandro Di Nucci, Marcello Fedele, Federico Fornaro, Marco Gervasoni, Corrado Ocone, Bruno Pellegrino, Cesare Pinelli, Carmine Pinto, Paolo Pombeni, Mario Ricciardi, Stefano Rolando, Gianfranco Sabattini, Giulio Sapelli, Giovanni Scirocco, Carlo Sorrentino.

sabato 20 marzo 2010

IL NOSTRO STATO

Una volta si parlava di doppio stato per indicare un grumo di poteri occulti volti ad impedire un governo con il Pci. Ora ci vorrebbe una definizione altrettanto efficace per descrivere gli intrecci stato - mafia - imprenditoria che attraversano la vita pubblica italiana. Un quadro esauriente lo dà Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello stato, Aliberti editore. 1000 pagine di ricostruzione su tutto quanto, da Borsellino a Why not, si muove sulle onde del traffico telefonico. Perché Genchi non inventa nulla, si limita a riportare ciò che trova sui tabulati. E ce n'è purtroppo per tutti. Destra e sinistra. Al di là delle responsabilità penali.

Guarda il video di Genchi su You tube

lunedì 8 marzo 2010

Belzebù e Napolitano

Da quanti anni si parla di rifroma della p.a.? Almeno dal 1979, ministro Giannini. E' una di quelle questioni, come il Welfare o il mezzogiorno, che nessun governo ha la forza di affrontare. Utopie, tipo l'abolizione delle province. I colpevoli? Belzebù e il suo nuovo sodale: Giorgio Napolitano.
- Un piccolo approfondimento: Leggi(fonte Sole24Ore)

domenica 7 marzo 2010

RISSE REGIONALI

Il decreto su Lazio e Lombardia ha già trasformato in rissa le elezioni regionali. Chi parlerà di programmi di governo o di argomenti poco pop come il migliore utilizzo dei fondi strutturali ? Per chi si annoia con i viola, Di Pietro e Travaglio.

Leggi l'articolo (Sole24Ore)

venerdì 12 febbraio 2010

Popolo responsabile

Ancora una riflessione di Franco Paolinelli:

Popolo della Responsabilita’ (PdR)
Le dinamiche descritte poco più di un anno fa si sono manifestate in tutta la loro potenza, in tutta l’Europa. La paura del futuro, quindi del diverso, dell’altro, la rabbia per le aspettative frustrate, si sono espresse pienamente, dal nord al sud.
L’onda dell’egoismo, della chiusura, del rifiuto, ha contaminato infatti quasi tutto il continente, scatenando reazioni fobiche sopite, ma, evidentemente, mai realmente superate.
La declinazione italica di questo trend, più furbetta ed opportunista, come di norma, ha scatenato chi propugna l’appropriazione individuale delle risorse, la cecità sociale, l’irresponsabilità portata a mito d’identità, non diverso dal “me ne frego” di qualche decennio fa.
Grande occasione per chi, alle varie scale, vuole correre ad occupare tutto l’occupabile, abusare l’abusabile, proffittare il profittabile, al di là di qualsiasi intelligenza e lungimiranza, anzi, con il piacere sadico dell’appropriazione, della sottrazione al futuro. Ma, le elezioni europee dicono che, nonostante il trend europeo e la grande corsa opportunista italica, c’è ancora, nella penisola un “POPOLO DELLA RESPONSABILITA’.

Necessariamente non motivato da opportunità di poterucolo e spartizione, già perse, né da carri su cui salire, privi per ora sia di conduttori capaci che di strade chiare da percorrere, il PdR ha dato un voto di pura presenza.
Lo ha dato nel calderone catto - progressista, senza ancora un’identità chiara, nella nostalgia del mito rivoluzionario, nella denuncia ambientalista, giustizialista, laicista, sedi di confusioni infinite, tra piccolo cabottaggio politico, miti di riscatto e poltroncine, ma lo ha dato.
Nonostante l’assenza di programmi chiari e la leadership inconsistente, quindi suicida, il PdR si è mosso ed è andato alle urne. Evidentemente non lo ha fatto per interesse di cordata, ma per dare il suo segnale di presenza.
E’ quindi evidente che esiste una realtà italiana sufficientemente colta per non essere abbindolata e per capire le esigenze del futuro vicino e lontano. Abbastanza orgogliosa ed autosufficiente per non essere assoldata, appartenente quanto basta a reti sociali e culturali per non doversi abbandonare alla rabbia, per non cadere vittima della cieca paura.

C’è quindi un popolo che, nei limiti del proprio agire puntuale potrà, nonostante il resto, esprimere quotidianamente il proprio senso di responsabilità ambientale e sociale, la propria capacità di vedere lungo.
Consapevole dei vincoli che la gestione della complessità impone prenderà per mano, poco alla volta anche gli altri, come d’altronde, ha sempre fatto. Meno male. Speriamo che lo faccia con fantasia.
6-2009 Franco Paolinelli

lunedì 8 febbraio 2010

ESSERE DI SINISTRA

Riceviamo da Franco Paolinelli e volentieri pubblichiamo:

LA DOMANDA DI SINISTRA E’ BASSA: ESSERE DI SINISTRA NON E’ FACILE
C’erano due motivi per essere di sinistra. Il primo era sindacale, di chi si organizzava per migliorare le condizioni del proprio contratto sociale. Il secondo era culturale, di chi cercava il benessere collettivo oltre gli interessi personali immediati. Intuivano le dinamiche evolutive e capivano la necessità, per non soccombere, di costruire equilibri sociali ed ambientali più avanzati rispetto a quelli immediati del mercato. Tanto più ampia era la visione, tanto più vasta l’inclusione.
Collateralmente si diceva di sinistra anche chi non sindacava e non capiva, ma percepiva che si portava, quindi si aggregava, spesso si mascherava e ci marciava. Il benessere era in crescita, il bilancio d’immagine dell’investimento nella solidarietà, nella rivoluzione o nella responsabilità di specie era positivo. Le nazioni dei poveri non facevano ancora paura. Oggi è più difficile.

E’ per lo più difficile per i nuovi cittadini venuti da altrove. Pregni di rabbia per le identità e gli status lasciati a casa, drammaticamente alla rincorsa dei modelli di consumo, ancora non sanno essere classe. Per sentirsi esistere e compensare il vuoto debbono lottare soli, con strategie di breve e spesso brevissimo respiro. Ancor più difficile è per quelli di loro che hanno raggiunto il successo, spesso con l’energia e la ferocia che solo il complesso d’inferiorità può dare.
E’ difficile per i tanti giovani che non sanno prendersi in carica, avere identità propria. Miti e modelli li inchiodano a prospettive fuori scala. Famiglia, sussidi, lavoretti permettono loro di continuare a giocare. Di promessa in promessa, di concorso in concorso, aspettano un padrone padre cui vendersi per una divisa attillata. Certo non hanno coscienza di classe.

E’ difficile per i molti occupati sicuri, nello Stato, negli Enti, nelle grandi imprese. Il loro interesse immediato è conservare le posizioni acquisite da padri e nonni, con le lotte e la solidarietà di ieri. Il piccolo benessere acquisito li allontana dalla coscienza di classe. Temono le insidie del nuovo, del diverso, ieri compagno, oggi nemico.
E’ difficile per i tanti anziani e pensionati dello squilibrio demografico, anche per quelli che ancora oggi si cingono di fazzoletti rossi. Hanno tutti paura, di non farcela, di dover rinunciare al piccolo status acquisito, di rimanere soli, di non capire più dove sono. La speranza del mondo migliore l’hanno lasciata nelle marce di ieri.
E’ difficile per quadri, imprenditori, commercianti, docenti, intellettuali, artisti, specialisti, professionisti….. La fase regressiva in atto ne spinge molti a difendere il proprio orticello, ad affidarsi al potere forte. Le risorse da investire nel buono e nel bello sono sempre meno, il risultato di status è dubbio, la confusione dei valori è tanta. I loro dipendenti rischiano, quindi tacciono.
E’ difficile per i politici. Sia per quelli veri, frenati in tutto dall’inerzia di colonnelli, tenenti e caporali, impegnati costantemente a conservare potere e privilegi, ad ottenere il massimo facendo il minimo. Sia per quelli finti, autoreferenziali, ormai schiavi delle clientele, costretti per sopravvivere, ad inseguire anche le più meschine.

Date le difficoltà elencate è comprensibile che quelli che ci riescono, che hanno comunque investito nel futuro, nella capacità dell’umanità di organizzarsi e governarsi, che la paura non ha accecato, che la meschinità non ha scoraggiato, non siano maggioranza. Anzi, considerando anche gli errori e la cecità dei leaders, il loro numero è sorprendente. Potranno finalmente riconoscersi, liberi dall’ambiguità delle cordate, dei salotti, delle anticamere.
Per costruire la sostenibilità dovranno lavorare anche per gli altri, è comunque nel loro ethos. L’alternativa al farlo ed in tempi brevi, come molti hanno già capito, non c’è.
4-2008 Franco Paolinelli

martedì 2 febbraio 2010

ITALIA DI OGGI

Dal rapporto Eurispes emerge un'Italia difficile da decifrare. Gli stipendi più bassi d'Europa che, però, non corrispondono al paese più povero del continente. Grazie all'enorme quantità di sommerso. Al nord come al sud. Cosa può dire a quest'Italia il partito democratico ? Forse che c'è bisogno di politica. Di poche proposte ma chiare. Una scuola pubblica di qualità. Un welfare per i giovani da finanziare con pensioni ed evasione. Un sistema istituzionale fondato sul parlamento. Una no tax area per il mezzogiorno. Cose perfino banali per una forza riformista, maledettamente difficili da dire. Leggi il rapporto Eurispes .

venerdì 22 gennaio 2010

Fretta o riforma?

Tra le varie discussioni intorno al decreto sul cosiddetto processo breve, segnaliamo una ragionata analisi di alcuni dei problemi irrisolti in un articolo di Luigi Ferrarella sul Corriere .
Anche stavolta quello che manca sono le riforme.

(Un sintetico vademecum sul decreto dal Sole 24 Ore ).

martedì 19 gennaio 2010

REGIONALI E DEMOCRAZIA

Sarà pure un argomento poco eccitante, ma le prossime elezioni regionali si svolgeranno con un sistema elettorale forse ancora più assurdo del porcellum. La combinazione tra premio di maggioranza ed elezione diretta toglie qualsiasi rilevanza alla futura assemblea regionale. Ci prepariamo ad eleggere un'assemblea di belle statuine prive di qualsiasi strumento di pressione sul presidente e sulla sua giunta. Infatti, se solo si azzardassero a votargli la sfiducia, come è sacrosanta prerogativa di ogni parlamento, sarebbero immediatamente mandati a casa. In ossequio allo sciagurato simul stabun, simul cadent previsto dal sistema elettorale. Per questo la prima dovrebbe coincidere nel ridare dignità alle assemblee elettive. Bersani, però, sul modello tedesco non si azzarda a dire nulla, per paura delle reazioni di Walter e compagnia. Di attentato alla democrazia, di cesarismo, nessuno parla ? E il popolo viola dov'è ? E il gruppo di Anno zero ?
In allegato un articolo di Galli della Loggia

mercoledì 13 gennaio 2010

L'Italia che migra per lavoro

In Italia non c'è mobilità? Non pare stando ai dati sui laureati meridionali che emigrano verso il nord. Il punto per il Pd e i riformisti è: cosa fare del sud? Quale il suo ruolo nell'economia nazionale? Insomma, un'idea di mezzogiorno. Qualcosa di nuovo potrebbe venire dalla Sicilia. Se si parte dai problemi e non dagli slogan.
(Vedi rapporto in PDF su www.bancaditalia.it)

martedì 12 gennaio 2010

Giustizia: riforme possibili

(p.a.) Perché non intraprendere un'iniziativa dei riformisti del c.s., in attesa del Pd, a sostegno della proposta Chiaromonte - Compagna sulla sospensione dell'azione penale e della prescrizione per tutta la durata del mandato parlamentare? Almeno per non lasciare campo libero al qualunquismo di Travaglio e compagnia adorante. In allegato il progetto.

Leggi il testo in PDF da www.senato.it