Il consumatore, quale che sia il suo livello di reddito, consuma per appagare le proprie esigenze, biologiche o simboliche, per soddisfare diritti, reali o presunti, per garantirsi le condizioni che pensa siano migliori per la sua sicurezza.
Investe, inoltre, una quota parte del suo reddito in valori di status, che siano capi d’abbigliamento, kit tecnologici, mezzi di locomozione, alimenti di qualità, attività.
Consuma anche perché ha pulsioni imprescindibili di fare ciò che suppone sia trendy fare, di ottenere ciò che ottengono gli altri del suo campione od immaginario sociale, quindi di apparire “a la page” e presente nel contesto e nel modo “giusto” per lui, di comunicare la propria condizione ed aspirazione sociale, di manifestare le proprie scelte esistenziali…….
In tutti o quasi i suoi consumi introduce una parte di comunicazione, ma alcuni di questi, corrispondenti a specifiche esigenze simboliche, determinano gravi e gravissimi impatti sull’ambiente e sulla comunità.
In ambito agricolo – alimentare i prodotti bio, D.O.C., D.O.P. etc...….. hanno costi necessariamente superiori a quelli realizzati senza controlli, se prodotti in Italia, ed ancor di più se realizzati in aree del mondo con costi di produzione molto più bassi e norme molto meno rigide. Sono, quindi, prodotti di lusso.
La comunicazione, nel corso degli anni, ha saputo, però, incorporare nei prodotti agricoli di qualità contenuti di sicurezza e di status. Infatti, il consumante bio - doc è convinto di comprare, a proprio beneficio:
Sicurezza / qualità alimentare (non entro in merito alla realtà di questo fatto);
Valori di immagine (competenza nella scelta, capacità di spesa, attenzione ambientale, associazione con paesaggi fisici e socio-culturali di qualità ……).
La sua soddisfazione aumenta col crescere del valore aggiunto incorporato e le ormai frequentissime iniziative di promozione e pubblicità mirano a consolidare e alimentare questa condizione.
Queste produzioni sono utili all’ambiente sia nella fase di coltivazione, sia in quella di consumo: implicano, infatti, che il produttore abbia attenzione ambientale e paesaggistica e possono deviare una parte delle spese dei consumatori da simboli di status più impattanti.
La stessa analisi, sebbene in misura diversa, può essere applicata anche ad altri consumi di lusso:
Nella filiera dell’abbigliamento ci possono essere prodotti che associano qualità ambientale e qualità del prodotto (lane…… ?);
Nella filiera automobilistica, il mondo emergente dei mezzi a motore elettrico, potrà acquisire questo tipo status;
I gioielli “antichi” incorporano di storia, di villaggio antico, che, implicitamente, si associa a qualità socio-culturale, quindi ambientale;
In altre parole, l’attenzione ambientale, come la stessa libertà dai codici di massa, sono un lusso, quindi, il lusso può portare con se un messaggio di attenzione ambientale. Infatti, le sezioni più attente dell’élite sociale già seguono questi codici comportamentali.
Esiste, inoltre, un mondo, già oggi definito “economia sociale”, che incorpora valori ambientali e sociali.
Ne fanno parte, a pieno titolo, le imprese agricole, artigianali e di giardinaggio, che incorporano ed occupano soggetti con difficoltà socio-sanitarie e sono riconosciute come tali dalla legge ed il mondo delle produzioni del terzo mondo, di cui è necessario sostenere lo sviluppo.
Per estensione, però, ne può far parte un vasto mondo di ricerca, di sperimentazione e non sempre codificato e riconosciuto, che opera sia in ambito agricolo, che artigianale, che terziario, con responsabilità ed il cui fare ricerca è in se elemento di attenzione sociale ed ambientale.
I prodotti di quest’economia sociale, nella maggioranza dei casi che io conosco, non sono, per costi di produzione e modalità distributive, più economici ed accessibili dei corrispondenti prodotti commerciali.
Ma a questi prodotti, allo stato attuale, non è riconosciuto un valore di status come ai prodotti sopra citati che associano lusso ed ambiente.
Ad esempio, al prodotto agricolo bio e socio, secondo me, allo stato attuale, il consumatore medio può riconoscergli i valori di sicurezza, qualità e status, sopra descritti se il prodotto è bio – d.o.c., ma la sua natura specifica di prodotto di filiera sociale non porta con sé un valore aggiunto specifico.
I pochi consumatori affezionati attuali, per lo più appartenenti alla borghesia intellettuale, animata da responsabilità sociale ed ambientale, acquistano i prodotti dell’economia sociale sulla base di pulsioni di solidarietà, nelle quali ci può essere sia una componente di consapevolezza e scelta politica, sia una di semplice carità.
A partire da questa percezione, nasce, spesso, nel consumatore l’idea di un prodotto sociale sia o debba essere “povero”, che, quindi, debba essere posto sul mercato a costi minori dello standard di riferimento, cosa economicamente non possibile, se non per le imprese sostenute, in modi diversi, dall’assistenza pubblica.
Perché le filiere di economia sociale, agricole e non solo, siano remunerate e l’acquisto interessi una platea più vasta di consumatori e sia percepito come conveniente è necessario, invece, che un qualche potenziale valore aggiunto del prodotto sociale sia creato, esplicitato e divulgato, in modo che sia collettivamente riconosciuto e diventi “trendy”.
Per ottenere ciò si deve fare in modo che il consumatore, acquistando il bene agro-alimentare, artigianale bio – doc e sociale, possa gratificare il suo ego sia con la qualità, sia con la possibilità di manifestare uno status, in altre parole, che quel “lusso” sia riconosciuto. In altre parole, che il costo della responsabilità sociale ed ambientale sia un lusso riconosciuto, di cui il consumatore possa sfoggiare il cappello.
Questo status, in alternativa al tipo prettamente “consumistico”, non può che essere di tipo intellettuale, manifestabile con messaggi tipo i seguenti:
So che esiste (ho informazione);
Conosco e capisco le problematiche affrontate con l’economia sociale (ho intelligenza, cultura e sensibilità);
Ritengo questo tipo di percorsi di recupero-reinserimento, creazione d’impresa….. più efficienti per gli utenti e per la collettività rispetto all’assistenza passiva (faccio parte dell’elite responsabile che conosce i problemi sociali, ma liberale quanto basta per spingere per un’economia sana e solida).
Il consumatore potrà, inoltre, essere informato dell’idea che segue:
I prodotti principali delle filiere dell’economia sociale sono la terapia, il reinserimento, la formazione, la sperimentazione. Le imprese, quindi, non hanno la necessità economica di “spingere” sulla quantità realizzata. Possono, quindi, adottare tecniche sane (bio, no O.N.G, recupero) senza risentirne in termini di bilancio. Il prodotto sociale è, quindi, implicitamente di qualità.
Tanto maggiore sarà la capacità delle singole imprese sociali e del loro insieme nel creare un mercato che conosca e condivida queste opportunità e le usi per la propria comunicazione, tanto più i consumatori riterranno i prodotti che li incorporano convenienti, tanto potrebbe e dovrebbe aumentare l’autonomia delle imprese dal sostegno pubblico.
In altre parole, tanto maggiore sarà l’efficienza delle imprese nel produrre l’insieme di prodotti, di servizi socio – terapeutico - culturali e di messaggi, tanto più saranno competitive sul mercato, tanto più saranno sane, tanto più saranno libere dalla dipendenza dell’assistenzialismo, che sia nella forma del contributo o del mercato protetto.
Secondo me, quando questo mondo avrà raggiunto questa libertà e potrà stare sul mercato, anche pubblico, senza corsie privilegiate, si potrà dire che gli Enti e le Organizzazioni che l’hanno sostenuto hanno fatto il proprio, giusto, lavoro di volano socio – economico; che si è dimostrata la possibile sinergia nella produzione di servizi e prodotti; che si è, quindi, avviata un’economia valida e non si è costruita l’ennesima sacca di spesa pubblica assistenziale che incrementa il debito.
Se questo, invece, sarà risultato, chi su quella sinergia ha scommesso ed investito non potrà certo essere soddisfatto.
E’, quindi nell’ottica di esplicitare, con un messaggio di estrema sintesi, il valore aggiunto del prodotto dell’economia sociale che la SAP ha lanciato l’idea del marchio “ALTRO STATUS” e ne ha registrato il dominio in rete.
Chi desse un sostegno alla creazione dello “status” sopra descritto, contribuirebbe anche alla conquista degli obbiettivi ambientali e sociali dell’economia sociale.
Franco Paolinelli
venerdì 11 marzo 2011
ALTRO STATUS: LE COMPONENTI SIMBOLICHE ATTUALI E POTENZIALI DEL PRODOTTO SOSTENIBILE E DI AGRICOLTURA SOCIAL
Il consumatore, quale che sia il suo livello di reddito, consuma per appagare le proprie esigenze, biologiche o simboliche, per soddisfare diritti, reali o presunti, per garantirsi le condizioni che pensa siano migliori per la sua sicurezza.
Investe, inoltre, una quota parte del suo reddito in valori di status, che siano capi d’abbigliamento, kit tecnologici, mezzi di locomozione, alimenti di qualità, attività.
Consuma anche perché ha pulsioni imprescindibili di fare ciò che suppone sia trendy fare, di ottenere ciò che ottengono gli altri del suo campione od immaginario sociale, quindi di apparire “a la page” e presente nel contesto e nel modo “giusto” per lui, di comunicare la propria condizione ed aspirazione sociale, di manifestare le proprie scelte esistenziali…….
In tutti o quasi i suoi consumi introduce una parte di comunicazione, ma alcuni di questi, corrispondenti a specifiche esigenze simboliche, determinano gravi e gravissimi impatti sull’ambiente e sulla comunità.
In ambito agricolo – alimentare i prodotti bio, D.O.C., D.O.P. etc...….. hanno costi necessariamente superiori a quelli realizzati senza controlli, se prodotti in Italia, ed ancor di più se realizzati in aree del mondo con costi di produzione molto più bassi e norme molto meno rigide. Sono, quindi, prodotti di lusso.
La comunicazione, nel corso degli anni, ha saputo, però, incorporare nei prodotti agricoli di qualità contenuti di sicurezza e di status. Infatti, il consumante bio - doc è convinto di comprare, a proprio beneficio:
Sicurezza / qualità alimentare (non entro in merito alla realtà di questo fatto);
Valori di immagine (competenza nella scelta, capacità di spesa, attenzione ambientale, associazione con paesaggi fisici e socio-culturali di qualità ……).
La sua soddisfazione aumenta col crescere del valore aggiunto incorporato e le ormai frequentissime iniziative di promozione e pubblicità mirano a consolidare e alimentare questa condizione.
Queste produzioni sono utili all’ambiente sia nella fase di coltivazione, sia in quella di consumo: implicano, infatti, che il produttore abbia attenzione ambientale e paesaggistica e possono deviare una parte delle spese dei consumatori da simboli di status più impattanti.
La stessa analisi, sebbene in misura diversa, può essere applicata anche ad altri consumi di lusso:
Nella filiera dell’abbigliamento ci possono essere prodotti che associano qualità ambientale e qualità del prodotto (lane…… ?);
Nella filiera automobilistica, il mondo emergente dei mezzi a motore elettrico, potrà acquisire questo tipo status;
I gioielli “antichi” incorporano di storia, di villaggio antico, che, implicitamente, si associa a qualità socio-culturale, quindi ambientale;
In altre parole, l’attenzione ambientale, come la stessa libertà dai codici di massa, sono un lusso, quindi, il lusso può portare con se un messaggio di attenzione ambientale. Infatti, le sezioni più attente dell’élite sociale già seguono questi codici comportamentali.
Esiste, inoltre, un mondo, già oggi definito “economia sociale”, che incorpora valori ambientali e sociali.
Ne fanno parte, a pieno titolo, le imprese agricole, artigianali e di giardinaggio, che incorporano ed occupano soggetti con difficoltà socio-sanitarie e sono riconosciute come tali dalla legge ed il mondo delle produzioni del terzo mondo, di cui è necessario sostenere lo sviluppo.
Per estensione, però, ne può far parte un vasto mondo di ricerca, di sperimentazione e non sempre codificato e riconosciuto, che opera sia in ambito agricolo, che artigianale, che terziario, con responsabilità ed il cui fare ricerca è in se elemento di attenzione sociale ed ambientale.
I prodotti di quest’economia sociale, nella maggioranza dei casi che io conosco, non sono, per costi di produzione e modalità distributive, più economici ed accessibili dei corrispondenti prodotti commerciali.
Ma a questi prodotti, allo stato attuale, non è riconosciuto un valore di status come ai prodotti sopra citati che associano lusso ed ambiente.
Ad esempio, al prodotto agricolo bio e socio, secondo me, allo stato attuale, il consumatore medio può riconoscergli i valori di sicurezza, qualità e status, sopra descritti se il prodotto è bio – d.o.c., ma la sua natura specifica di prodotto di filiera sociale non porta con sé un valore aggiunto specifico.
I pochi consumatori affezionati attuali, per lo più appartenenti alla borghesia intellettuale, animata da responsabilità sociale ed ambientale, acquistano i prodotti dell’economia sociale sulla base di pulsioni di solidarietà, nelle quali ci può essere sia una componente di consapevolezza e scelta politica, sia una di semplice carità.
A partire da questa percezione, nasce, spesso, nel consumatore l’idea di un prodotto sociale sia o debba essere “povero”, che, quindi, debba essere posto sul mercato a costi minori dello standard di riferimento, cosa economicamente non possibile, se non per le imprese sostenute, in modi diversi, dall’assistenza pubblica.
Perché le filiere di economia sociale, agricole e non solo, siano remunerate e l’acquisto interessi una platea più vasta di consumatori e sia percepito come conveniente è necessario, invece, che un qualche potenziale valore aggiunto del prodotto sociale sia creato, esplicitato e divulgato, in modo che sia collettivamente riconosciuto e diventi “trendy”.
Per ottenere ciò si deve fare in modo che il consumatore, acquistando il bene agro-alimentare, artigianale bio – doc e sociale, possa gratificare il suo ego sia con la qualità, sia con la possibilità di manifestare uno status, in altre parole, che quel “lusso” sia riconosciuto. In altre parole, che il costo della responsabilità sociale ed ambientale sia un lusso riconosciuto, di cui il consumatore possa sfoggiare il cappello.
Questo status, in alternativa al tipo prettamente “consumistico”, non può che essere di tipo intellettuale, manifestabile con messaggi tipo i seguenti:
So che esiste (ho informazione);
Conosco e capisco le problematiche affrontate con l’economia sociale (ho intelligenza, cultura e sensibilità);
Ritengo questo tipo di percorsi di recupero-reinserimento, creazione d’impresa….. più efficienti per gli utenti e per la collettività rispetto all’assistenza passiva (faccio parte dell’elite responsabile che conosce i problemi sociali, ma liberale quanto basta per spingere per un’economia sana e solida).
Il consumatore potrà, inoltre, essere informato dell’idea che segue:
I prodotti principali delle filiere dell’economia sociale sono la terapia, il reinserimento, la formazione, la sperimentazione. Le imprese, quindi, non hanno la necessità economica di “spingere” sulla quantità realizzata. Possono, quindi, adottare tecniche sane (bio, no O.N.G, recupero) senza risentirne in termini di bilancio. Il prodotto sociale è, quindi, implicitamente di qualità.
Tanto maggiore sarà la capacità delle singole imprese sociali e del loro insieme nel creare un mercato che conosca e condivida queste opportunità e le usi per la propria comunicazione, tanto più i consumatori riterranno i prodotti che li incorporano convenienti, tanto potrebbe e dovrebbe aumentare l’autonomia delle imprese dal sostegno pubblico.
In altre parole, tanto maggiore sarà l’efficienza delle imprese nel produrre l’insieme di prodotti, di servizi socio – terapeutico - culturali e di messaggi, tanto più saranno competitive sul mercato, tanto più saranno sane, tanto più saranno libere dalla dipendenza dell’assistenzialismo, che sia nella forma del contributo o del mercato protetto.
Secondo me, quando questo mondo avrà raggiunto questa libertà e potrà stare sul mercato, anche pubblico, senza corsie privilegiate, si potrà dire che gli Enti e le Organizzazioni che l’hanno sostenuto hanno fatto il proprio, giusto, lavoro di volano socio – economico; che si è dimostrata la possibile sinergia nella produzione di servizi e prodotti; che si è, quindi, avviata un’economia valida e non si è costruita l’ennesima sacca di spesa pubblica assistenziale che incrementa il debito.
Se questo, invece, sarà risultato, chi su quella sinergia ha scommesso ed investito non potrà certo essere soddisfatto.
E’, quindi nell’ottica di esplicitare, con un messaggio di estrema sintesi, il valore aggiunto del prodotto dell’economia sociale che la SAP ha lanciato l’idea del marchio “ALTRO STATUS” e ne ha registrato il dominio in rete.
Chi desse un sostegno alla creazione dello “status” sopra descritto, contribuirebbe anche alla conquista degli obbiettivi ambientali e sociali dell’economia sociale.
Franco Paolinelli
Investe, inoltre, una quota parte del suo reddito in valori di status, che siano capi d’abbigliamento, kit tecnologici, mezzi di locomozione, alimenti di qualità, attività.
Consuma anche perché ha pulsioni imprescindibili di fare ciò che suppone sia trendy fare, di ottenere ciò che ottengono gli altri del suo campione od immaginario sociale, quindi di apparire “a la page” e presente nel contesto e nel modo “giusto” per lui, di comunicare la propria condizione ed aspirazione sociale, di manifestare le proprie scelte esistenziali…….
In tutti o quasi i suoi consumi introduce una parte di comunicazione, ma alcuni di questi, corrispondenti a specifiche esigenze simboliche, determinano gravi e gravissimi impatti sull’ambiente e sulla comunità.
In ambito agricolo – alimentare i prodotti bio, D.O.C., D.O.P. etc...….. hanno costi necessariamente superiori a quelli realizzati senza controlli, se prodotti in Italia, ed ancor di più se realizzati in aree del mondo con costi di produzione molto più bassi e norme molto meno rigide. Sono, quindi, prodotti di lusso.
La comunicazione, nel corso degli anni, ha saputo, però, incorporare nei prodotti agricoli di qualità contenuti di sicurezza e di status. Infatti, il consumante bio - doc è convinto di comprare, a proprio beneficio:
Sicurezza / qualità alimentare (non entro in merito alla realtà di questo fatto);
Valori di immagine (competenza nella scelta, capacità di spesa, attenzione ambientale, associazione con paesaggi fisici e socio-culturali di qualità ……).
La sua soddisfazione aumenta col crescere del valore aggiunto incorporato e le ormai frequentissime iniziative di promozione e pubblicità mirano a consolidare e alimentare questa condizione.
Queste produzioni sono utili all’ambiente sia nella fase di coltivazione, sia in quella di consumo: implicano, infatti, che il produttore abbia attenzione ambientale e paesaggistica e possono deviare una parte delle spese dei consumatori da simboli di status più impattanti.
La stessa analisi, sebbene in misura diversa, può essere applicata anche ad altri consumi di lusso:
Nella filiera dell’abbigliamento ci possono essere prodotti che associano qualità ambientale e qualità del prodotto (lane…… ?);
Nella filiera automobilistica, il mondo emergente dei mezzi a motore elettrico, potrà acquisire questo tipo status;
I gioielli “antichi” incorporano di storia, di villaggio antico, che, implicitamente, si associa a qualità socio-culturale, quindi ambientale;
In altre parole, l’attenzione ambientale, come la stessa libertà dai codici di massa, sono un lusso, quindi, il lusso può portare con se un messaggio di attenzione ambientale. Infatti, le sezioni più attente dell’élite sociale già seguono questi codici comportamentali.
Esiste, inoltre, un mondo, già oggi definito “economia sociale”, che incorpora valori ambientali e sociali.
Ne fanno parte, a pieno titolo, le imprese agricole, artigianali e di giardinaggio, che incorporano ed occupano soggetti con difficoltà socio-sanitarie e sono riconosciute come tali dalla legge ed il mondo delle produzioni del terzo mondo, di cui è necessario sostenere lo sviluppo.
Per estensione, però, ne può far parte un vasto mondo di ricerca, di sperimentazione e non sempre codificato e riconosciuto, che opera sia in ambito agricolo, che artigianale, che terziario, con responsabilità ed il cui fare ricerca è in se elemento di attenzione sociale ed ambientale.
I prodotti di quest’economia sociale, nella maggioranza dei casi che io conosco, non sono, per costi di produzione e modalità distributive, più economici ed accessibili dei corrispondenti prodotti commerciali.
Ma a questi prodotti, allo stato attuale, non è riconosciuto un valore di status come ai prodotti sopra citati che associano lusso ed ambiente.
Ad esempio, al prodotto agricolo bio e socio, secondo me, allo stato attuale, il consumatore medio può riconoscergli i valori di sicurezza, qualità e status, sopra descritti se il prodotto è bio – d.o.c., ma la sua natura specifica di prodotto di filiera sociale non porta con sé un valore aggiunto specifico.
I pochi consumatori affezionati attuali, per lo più appartenenti alla borghesia intellettuale, animata da responsabilità sociale ed ambientale, acquistano i prodotti dell’economia sociale sulla base di pulsioni di solidarietà, nelle quali ci può essere sia una componente di consapevolezza e scelta politica, sia una di semplice carità.
A partire da questa percezione, nasce, spesso, nel consumatore l’idea di un prodotto sociale sia o debba essere “povero”, che, quindi, debba essere posto sul mercato a costi minori dello standard di riferimento, cosa economicamente non possibile, se non per le imprese sostenute, in modi diversi, dall’assistenza pubblica.
Perché le filiere di economia sociale, agricole e non solo, siano remunerate e l’acquisto interessi una platea più vasta di consumatori e sia percepito come conveniente è necessario, invece, che un qualche potenziale valore aggiunto del prodotto sociale sia creato, esplicitato e divulgato, in modo che sia collettivamente riconosciuto e diventi “trendy”.
Per ottenere ciò si deve fare in modo che il consumatore, acquistando il bene agro-alimentare, artigianale bio – doc e sociale, possa gratificare il suo ego sia con la qualità, sia con la possibilità di manifestare uno status, in altre parole, che quel “lusso” sia riconosciuto. In altre parole, che il costo della responsabilità sociale ed ambientale sia un lusso riconosciuto, di cui il consumatore possa sfoggiare il cappello.
Questo status, in alternativa al tipo prettamente “consumistico”, non può che essere di tipo intellettuale, manifestabile con messaggi tipo i seguenti:
So che esiste (ho informazione);
Conosco e capisco le problematiche affrontate con l’economia sociale (ho intelligenza, cultura e sensibilità);
Ritengo questo tipo di percorsi di recupero-reinserimento, creazione d’impresa….. più efficienti per gli utenti e per la collettività rispetto all’assistenza passiva (faccio parte dell’elite responsabile che conosce i problemi sociali, ma liberale quanto basta per spingere per un’economia sana e solida).
Il consumatore potrà, inoltre, essere informato dell’idea che segue:
I prodotti principali delle filiere dell’economia sociale sono la terapia, il reinserimento, la formazione, la sperimentazione. Le imprese, quindi, non hanno la necessità economica di “spingere” sulla quantità realizzata. Possono, quindi, adottare tecniche sane (bio, no O.N.G, recupero) senza risentirne in termini di bilancio. Il prodotto sociale è, quindi, implicitamente di qualità.
Tanto maggiore sarà la capacità delle singole imprese sociali e del loro insieme nel creare un mercato che conosca e condivida queste opportunità e le usi per la propria comunicazione, tanto più i consumatori riterranno i prodotti che li incorporano convenienti, tanto potrebbe e dovrebbe aumentare l’autonomia delle imprese dal sostegno pubblico.
In altre parole, tanto maggiore sarà l’efficienza delle imprese nel produrre l’insieme di prodotti, di servizi socio – terapeutico - culturali e di messaggi, tanto più saranno competitive sul mercato, tanto più saranno sane, tanto più saranno libere dalla dipendenza dell’assistenzialismo, che sia nella forma del contributo o del mercato protetto.
Secondo me, quando questo mondo avrà raggiunto questa libertà e potrà stare sul mercato, anche pubblico, senza corsie privilegiate, si potrà dire che gli Enti e le Organizzazioni che l’hanno sostenuto hanno fatto il proprio, giusto, lavoro di volano socio – economico; che si è dimostrata la possibile sinergia nella produzione di servizi e prodotti; che si è, quindi, avviata un’economia valida e non si è costruita l’ennesima sacca di spesa pubblica assistenziale che incrementa il debito.
Se questo, invece, sarà risultato, chi su quella sinergia ha scommesso ed investito non potrà certo essere soddisfatto.
E’, quindi nell’ottica di esplicitare, con un messaggio di estrema sintesi, il valore aggiunto del prodotto dell’economia sociale che la SAP ha lanciato l’idea del marchio “ALTRO STATUS” e ne ha registrato il dominio in rete.
Chi desse un sostegno alla creazione dello “status” sopra descritto, contribuirebbe anche alla conquista degli obbiettivi ambientali e sociali dell’economia sociale.
Franco Paolinelli
giovedì 10 marzo 2011
Maestri dimenticati. Mario Paggi e l'azionismo liberaldemocratico
Pubblichiamo un breve estratto dell'articolo di Paolo Allegrezza sul fondatore di "Stato moderno", pubblicato sul numero di marzo di mondoperaio.
Chissà se oggi, a distanza di dieci anni che sembrano un’era geologica, Walter Veltroni riproporrebbe il pantheon della sinistra presentato al congresso torinese dei DS, nel gennaio 2000.Molto probabilmente no, se non altro perché la spregiudicata sintesi culturale lì tentata non è certo riuscita ad imporsi “come narrazione”, per dirla alla Vendola. Piuttosto che cercare un’improbabile sintesi tra Berlinguer, DonMilani, Lennon e Kennedy sarebbe stato più saggio volgere lo sguardo a casa nostra. A quel novecento italiano appena concluso, più specificamente alla galassia laico - azionista che di contaminazioni fra culture politiche ne aveva tentate, eccome.
A dire il vero la considerazione e le citazioni nei riguardi del filone giellista dell’azionismo non erano mai mancate nel dibattito dei postcomunisti. Figure come Foa e Galante Garrone, provenienti dall’esperienza di Giustizia e Libertà, o Bobbio, giunto al Partito d’Azione sulla scia del liberalsocialismo di Calogero e Capitini, godettero di vasto e meritato riconoscimento. Ma la vicenda del P.d.A. non è, come la storiografia più recente ha ampiamente sottolineato, risolvibile nel solo ambito del socialismo liberale. Spicca, nelle varie riscoperte del riformismo novecentesco successivo al 1989, il disinteresse della sinistra italiana nei riguardi del filone liberaldemocratico dell’azionismo, espresso da figure come Ugo La Malfa, Adolfo Tino, Carlo Ludovico Ragghianti, e soprattutto dal piccolo gruppo di Stato Moderno, la rivista di Mario Paggi edita tra il ‘44 e il ‘49. Eppure, volendo andare alla ricerca di incunaboli e possibili padri nobili del partito democratico, i liberaldemocratici, utilizzando un’espressione nella quale probabilmente molti di loro non si sarebbero riconosciuti, avrebbero pieno titolo ad essere considerati.
Sulle pagine de Lo Stato moderno si discusse a lungo della nascita in Italia di un partito democratico, ed anzi nella mancata evoluzione in quel senso del P.d.A. fu individuata la causa del suo fallimento. La stessa polemica che vide coinvolti Lussu e la componente giellista da una parte, e dall’altra la destra azionista (termine che necessiterebbe di ulteriori specificazioni poiché si trattava di uno schieramento tutt’altro che privo di differenziazioni, come dimostrano le diverse scelte compiute da Paggi e LaMalfa all’indomani del congresso azionista del marzo ‘46) ha più di un interesse per i riformisti italiani che sessanta anni dopo sono impegnati nella costruzione di un partito democratico. Perché era posta lì una questione che ancora oggi appare aperta: quale identità per un partito riformista collocato nel campo delle forze progressiste che ambisca a svolgere una funzione maggioritaria? Paggi, nel ‘44, sintetizzò la questione nella felice formula che richiamava al dilemma azionista tra grande partito democratico o piccola eresia socialista (novembre 1944). Sottintendendo la necessità di emanciparsi dall’ipoteca marxista e classista che identificava allora la sinistra socialista e comunista. Dopo il 1989, e dopo la conclusione dell’esperienza della sinistra clintoniana e blairiana, non è più tempo di eresie, né di modelli forti cui fare riferimento. La domanda da porre oggi riguarda piuttosto quale partito democratico si voglia costruire.
(Continua la lettura.)
Chissà se oggi, a distanza di dieci anni che sembrano un’era geologica, Walter Veltroni riproporrebbe il pantheon della sinistra presentato al congresso torinese dei DS, nel gennaio 2000.Molto probabilmente no, se non altro perché la spregiudicata sintesi culturale lì tentata non è certo riuscita ad imporsi “come narrazione”, per dirla alla Vendola. Piuttosto che cercare un’improbabile sintesi tra Berlinguer, DonMilani, Lennon e Kennedy sarebbe stato più saggio volgere lo sguardo a casa nostra. A quel novecento italiano appena concluso, più specificamente alla galassia laico - azionista che di contaminazioni fra culture politiche ne aveva tentate, eccome.
A dire il vero la considerazione e le citazioni nei riguardi del filone giellista dell’azionismo non erano mai mancate nel dibattito dei postcomunisti. Figure come Foa e Galante Garrone, provenienti dall’esperienza di Giustizia e Libertà, o Bobbio, giunto al Partito d’Azione sulla scia del liberalsocialismo di Calogero e Capitini, godettero di vasto e meritato riconoscimento. Ma la vicenda del P.d.A. non è, come la storiografia più recente ha ampiamente sottolineato, risolvibile nel solo ambito del socialismo liberale. Spicca, nelle varie riscoperte del riformismo novecentesco successivo al 1989, il disinteresse della sinistra italiana nei riguardi del filone liberaldemocratico dell’azionismo, espresso da figure come Ugo La Malfa, Adolfo Tino, Carlo Ludovico Ragghianti, e soprattutto dal piccolo gruppo di Stato Moderno, la rivista di Mario Paggi edita tra il ‘44 e il ‘49. Eppure, volendo andare alla ricerca di incunaboli e possibili padri nobili del partito democratico, i liberaldemocratici, utilizzando un’espressione nella quale probabilmente molti di loro non si sarebbero riconosciuti, avrebbero pieno titolo ad essere considerati.
Sulle pagine de Lo Stato moderno si discusse a lungo della nascita in Italia di un partito democratico, ed anzi nella mancata evoluzione in quel senso del P.d.A. fu individuata la causa del suo fallimento. La stessa polemica che vide coinvolti Lussu e la componente giellista da una parte, e dall’altra la destra azionista (termine che necessiterebbe di ulteriori specificazioni poiché si trattava di uno schieramento tutt’altro che privo di differenziazioni, come dimostrano le diverse scelte compiute da Paggi e LaMalfa all’indomani del congresso azionista del marzo ‘46) ha più di un interesse per i riformisti italiani che sessanta anni dopo sono impegnati nella costruzione di un partito democratico. Perché era posta lì una questione che ancora oggi appare aperta: quale identità per un partito riformista collocato nel campo delle forze progressiste che ambisca a svolgere una funzione maggioritaria? Paggi, nel ‘44, sintetizzò la questione nella felice formula che richiamava al dilemma azionista tra grande partito democratico o piccola eresia socialista (novembre 1944). Sottintendendo la necessità di emanciparsi dall’ipoteca marxista e classista che identificava allora la sinistra socialista e comunista. Dopo il 1989, e dopo la conclusione dell’esperienza della sinistra clintoniana e blairiana, non è più tempo di eresie, né di modelli forti cui fare riferimento. La domanda da porre oggi riguarda piuttosto quale partito democratico si voglia costruire.
(Continua la lettura.)
lunedì 7 marzo 2011
Un buon documento su Roma
Riceviamo e pubblichiamo un buon documento su Roma che sarà presentato sabato alle ore 10 al cinema Farnese.
Promotori:
Sabrina Albanesi, Vito Consoli, Amedeo Fadda, Maurizio Fontana, Paolo Menichetti, Ivan Novelli, Sergio Papa, Carlo Patacconi, Diego Pedron, Luigi Tamborrino, Peppe Taviani.
PACTA SUNT SERVANDA
Uno dei connotati che più caratterizza la politica romana degli ultimi decenni, pare essere una malsana interpretazione della locuzione latina del pro tempore connessa all'esercizio di governo. Infatti capita sempre più spesso che a cambi di maggioranza corrispondano tutta una serie di atti in contraddizione con il percorso amministrativo faticosamente intrapreso fino ad allora, ed è consuetudine il ritrovarsi, sempre e di nuovo, all'anno zero, come se gli anni trascorsi in dibattiti, confronti, scontri e sintesi riguardassero altri luoghi e altre comunità.
Questa strana percezione della presenza momentanea alla guida delle varie giunte poggia, da una parte, sull'idea di poter disporne in maniera piena ed esclusiva (in verità il diritto utilizza questi termini per definire l'istituto della proprietà) della cosa pubblica, e dall'altra, sull'esercizio del ruolo in senso fin troppo letterale, ovvero mettendo molta attenzione nel trasferire ai posteri quei problemi e quelle decisioni complesse onde evitare potenziali danni d'immagine (basti pensare a quei contenziosi che rischiano di far fallire l'economie capitoline che si tramandano nell'avvocatura del comune dai padri ai figli...).
Vuoi per il meccanismo dell'elezione diretta del Sindaco che nel tempo ha portato il confronto democratico a perdere il merito a vantaggio dei posizionamenti di potere, vuoi per la minor autorevolezza della classe dirigente, fatto sta che sempre più si assiste a governi del territorio improvvisati, inadeguati e legati solo a logiche di appartenenze.
Eppure Roma negli anni si è dotata di fondamentali atti che, stratificandosi, ne definiscono l'assetto odierno : La variante di salvaguardia, la delibera comunale di perimetrazione dei parchi romani (Del 39/95), la variante delle certezze e la sua controdeduzione, La legge Regionale 29/97 istitutiva delle Riserve Naturali Regionale e gli Enti Parco, la legge Regionale 24/98 in materia di vigenza dei Piani Paesistici Regionale, il Nuovo Piano Regolatore Generale e la sua copianificazione, l'adozione di giunta regionale del Piano Territoriale Paesistico Regionale.
Ma nonostante ciò ogni qualvolta un nuovo inquilino sale al Campidoglio si dà per scontato, non la coerenza con gli atti deliberati antecedentemente come vorrebbe un sano diritto amministrativo, ma bensì proprio l'esatto contrario: prevale la necessità di dimostrare di saper modificare gli atti prodotti dagli sconfitti, così da rinvigorire quella discontinuità sempre enunciata ma che poi, a ben vedere, raramente si applica nei confronti dei reali potentati capitolini.
Anche per questo uno dei primi atti che ogni nuovo sindaco non si nega mai è il Bando in Deroga alla normativa vigente: Rutelli puntò alle periferie con i Programmi di Recupero Urbano (art 11), Veltroni guardò alla ricollocazione della rendita fondiaria con le Aree di Riserva, mentre oggi Alemanno con l'Housing Sociale apre ad una nuova stagione di edificazione nell'agro romano e di cambi di destinazione d'uso di ambiti non residenziali.
Questo atteggiamento primordiale nella gestione del territorio allontana la capitale giorno dopo giorno dalle altre città europee e scardina quell'immaginario collettivo di una Roma sostanzialmente definita nel suo assetto generale e nelle sue invariabili, a cui dovrebbe far seguito un piano strategico di area metropolitana.
La banalizzazione del racconto e della gestione dell'attività di governo, determina poi un imbarbarimento dei costumi dando vita alla percezione che tutto è permesso fuorchè la condivisione di regole certe.
(Continua la lettura.)
Promotori:
Sabrina Albanesi, Vito Consoli, Amedeo Fadda, Maurizio Fontana, Paolo Menichetti, Ivan Novelli, Sergio Papa, Carlo Patacconi, Diego Pedron, Luigi Tamborrino, Peppe Taviani.
PACTA SUNT SERVANDA
Uno dei connotati che più caratterizza la politica romana degli ultimi decenni, pare essere una malsana interpretazione della locuzione latina del pro tempore connessa all'esercizio di governo. Infatti capita sempre più spesso che a cambi di maggioranza corrispondano tutta una serie di atti in contraddizione con il percorso amministrativo faticosamente intrapreso fino ad allora, ed è consuetudine il ritrovarsi, sempre e di nuovo, all'anno zero, come se gli anni trascorsi in dibattiti, confronti, scontri e sintesi riguardassero altri luoghi e altre comunità.
Questa strana percezione della presenza momentanea alla guida delle varie giunte poggia, da una parte, sull'idea di poter disporne in maniera piena ed esclusiva (in verità il diritto utilizza questi termini per definire l'istituto della proprietà) della cosa pubblica, e dall'altra, sull'esercizio del ruolo in senso fin troppo letterale, ovvero mettendo molta attenzione nel trasferire ai posteri quei problemi e quelle decisioni complesse onde evitare potenziali danni d'immagine (basti pensare a quei contenziosi che rischiano di far fallire l'economie capitoline che si tramandano nell'avvocatura del comune dai padri ai figli...).
Vuoi per il meccanismo dell'elezione diretta del Sindaco che nel tempo ha portato il confronto democratico a perdere il merito a vantaggio dei posizionamenti di potere, vuoi per la minor autorevolezza della classe dirigente, fatto sta che sempre più si assiste a governi del territorio improvvisati, inadeguati e legati solo a logiche di appartenenze.
Eppure Roma negli anni si è dotata di fondamentali atti che, stratificandosi, ne definiscono l'assetto odierno : La variante di salvaguardia, la delibera comunale di perimetrazione dei parchi romani (Del 39/95), la variante delle certezze e la sua controdeduzione, La legge Regionale 29/97 istitutiva delle Riserve Naturali Regionale e gli Enti Parco, la legge Regionale 24/98 in materia di vigenza dei Piani Paesistici Regionale, il Nuovo Piano Regolatore Generale e la sua copianificazione, l'adozione di giunta regionale del Piano Territoriale Paesistico Regionale.
Ma nonostante ciò ogni qualvolta un nuovo inquilino sale al Campidoglio si dà per scontato, non la coerenza con gli atti deliberati antecedentemente come vorrebbe un sano diritto amministrativo, ma bensì proprio l'esatto contrario: prevale la necessità di dimostrare di saper modificare gli atti prodotti dagli sconfitti, così da rinvigorire quella discontinuità sempre enunciata ma che poi, a ben vedere, raramente si applica nei confronti dei reali potentati capitolini.
Anche per questo uno dei primi atti che ogni nuovo sindaco non si nega mai è il Bando in Deroga alla normativa vigente: Rutelli puntò alle periferie con i Programmi di Recupero Urbano (art 11), Veltroni guardò alla ricollocazione della rendita fondiaria con le Aree di Riserva, mentre oggi Alemanno con l'Housing Sociale apre ad una nuova stagione di edificazione nell'agro romano e di cambi di destinazione d'uso di ambiti non residenziali.
Questo atteggiamento primordiale nella gestione del territorio allontana la capitale giorno dopo giorno dalle altre città europee e scardina quell'immaginario collettivo di una Roma sostanzialmente definita nel suo assetto generale e nelle sue invariabili, a cui dovrebbe far seguito un piano strategico di area metropolitana.
La banalizzazione del racconto e della gestione dell'attività di governo, determina poi un imbarbarimento dei costumi dando vita alla percezione che tutto è permesso fuorchè la condivisione di regole certe.
(Continua la lettura.)
venerdì 4 marzo 2011
ALTRO STATUS: LE COMPONENTI SIMBOLICHE ATTUALI E POTENZIALI DEL PRODOTTO SOSTENIBILE E DI AGRICOLTURA SOCIALE
Un altro capitolo della riflessione di Franco Paolinelli su consumo e status sociali.
Il consumatore, quale che sia il suo livello di reddito, consuma per appagare le proprie esigenze, biologiche o simboliche, per soddisfare diritti, reali o presunti, per garantirsi le condizioni che pensa siano migliori per la sua sicurezza.
Investe, inoltre, una quota parte del suo reddito in valori di status, che siano capi d’abbigliamento, kit tecnologici, mezzi di locomozione, alimenti di qualità, attività.
Consuma anche perché ha pulsioni imprescindibili di fare ciò che suppone sia trendy fare, di ottenere ciò che ottengono gli altri del suo campione od immaginario sociale, quindi di apparire “a la page” e presente nel contesto e nel modo “giusto” per lui, di comunicare la propria condizione ed aspirazione sociale, di manifestare le proprie scelte esistenziali.
In tutti o quasi i suoi consumi introduce una parte di comunicazione, ma alcuni di questi, corrispondenti a specifiche esigenze simboliche, determinano gravi e gravissimi impatti sull’ambiente e sulla comunità.
In ambito agricolo – alimentare i prodotti bio, D.O.C., D.O.P. etc...….. hanno costi necessariamente superiori a quelli realizzati senza controlli, se prodotti in Italia, ed ancor di più se realizzati in aree del mondo con costi di produzione molto più bassi e norme molto meno rigide. Sono, quindi, prodotti di lusso.
La comunicazione, nel corso degli anni, ha saputo, però, incorporare nei prodotti agricoli di qualità contenuti di sicurezza e di status. Infatti, il consumante bio - doc è, quindi, convinto di comprare, a proprio beneficio:
Sicurezza / qualità alimentare (non entro in merito alla realtà di questo fatto);
Valori di immagine (competenza nella scelta, capacità di spesa, attenzione ambientale, associazione con paesaggi fisici e socio-culturali di qualità ……).
La sua soddisfazione aumenta col crescere del valore aggiunto incorporato e le ormai frequentissime iniziative di promozione e pubblicità mirano a consolidare e alimentare questa condizione.
Queste produzioni sono utili all’ambiente sia nella fase di coltivazione, sia in quella di consumo: implicano, infatti, che il produttore abbia attenzione ambientale e paesaggistica e possono deviare una parte delle spese dei consumatori da simboli di status più impattanti.
La stessa analisi, sebbene in misura diversa, può essere applicata anche ad altri consumi di lusso:
Nella filiera dell’abbigliamento ci possono essere prodotti che associano qualità ambientale e qualità del prodotto (lane…… ?);
Nella filiera automobilistica, il mondo emergente dei mezzi a motore elettrico, potrà acquisire questo tipo status;
I gioielli “antichi” incorporano di storia, di villaggio antico, che, implicitamente, si associa a qualità socio-culturale, quindi ambientale;
……..
In altre parole, l’attenzione ambientale, come la stessa libertà dai codici di massa, sono un lusso, quindi, il lusso può portare con se un messaggio di attenzione ambientale. Infatti, le sezioni più attente dell’elite sociale già seguono questi codici comportamentali.
Esiste, inoltre, un mondo, già oggi definito “economia sociale”, che incorpora valori ambientali e sociali.
Ne fanno parte, a pieno titolo, le imprese agricole, artigianali e di giardinaggio, che incorporano ed occupano soggetti con difficoltà socio-sanitarie e sono riconosciute come tali dalla legge ed il mondo delle produzioni del terzo mondo, di cui è necessario sostenere lo sviluppo.
Per estensione, però, ne può far parte un vasto mondo di ricerca, di sperimentazione e non sempre codificato e riconosciuto, che opera sia in ambito agricolo, che artigianale, che terziario, con responsabilità ed il cui fare ricerca è in se elemento di attenzione sociale ed ambientale.
I prodotti di quest’economia sociale, nella maggioranza dei casi che io conosco, non sono, per costi di produzione e modalità distributive, più economici ed accessibili dei corrispondenti prodotti commerciali.
Ma questi prodotti, allo stato attuale, non è riconosciuto un valore di status come ai prodotti sopra citati che associano lusso ed ambiente.
Ad esempio, al prodotto agricolo bio e socio, secondo me, allo stato attuale, il consumatore medio può riconoscergli i valori di sicurezza, qualità e status, sopra descritti se il prodotto è bio – d.o.c., ma la sua natura specifica di prodotto di filiera sociale non porta con se un valore aggiunto specifico.
I pochi consumatori affezionati attuali, per lo più appartenenti alla borghesia intellettuale, animata da responsabilità sociale ed ambientale, acquistano i prodotti dell’economia sociale sulla base di pulsioni di solidarietà, nelle quali ci può essere sia una componente di consapevolezza e scelta politica, sia una di semplice carità.
Peraltro, spesso, a partire da questa percezione, nasce nel consumatore l’idea di un prodotto sociale sia “povero”, che, quindi, debba essere posto sul mercato a costi minori dello standard di riferimento, cosa economicamente non possibile, se non per le imprese sostenute, in modi diversi, dall’assistenza pubblica.
Perché le filiere di economia sociale, agricole e non solo, siano remunerate e l’acquisto interessi una platea più vasta di consumatori e sia percepito come conveniente è necessario, invece, che un qualche potenziale valore aggiunto del prodotto sociale sia creato, esplicitato e divulgato, in modo che sia collettivamente riconosciuto e diventi “trendy”.
Per ottenere ciò si deve fare in modo che il consumatore, acquistando il bene agro-alimentare, artigianale….., bio – doc e sociale, possa gratificare il suo ego sia con la qualità, sia con la possibilità di manifestare uno status, in altre parole, che quel “lusso” sia riconosciuto. In altre parole, che il costo della responsabilità sociale ed ambientale sia un lusso riconosciuto, di cui si possa sfoggiare il cappello.
Questo status, in alternativa al tipo prettamente “consumistico”, non può che essere di tipo intellettuale, manifestabile con messaggi tipo i seguenti:
So che esiste (ho informazione);
Conosco e capisco le problematiche affrontate con l’economia sociale (ho intelligenza, cultura e sensibilità);
Ritengo questo tipo di percorsi di recupero-reinserimento, creazione d’impresa….. più efficienti per gli utenti e per la collettività rispetto all’assistenza passiva (faccio parte dell’elite responsabile che conosce i problemi sociali, ma liberale quanto basta per spingere per un’economia sana e solida).
Il consumatore potrà, inoltre, essere informato dell’idea che segue:
I prodotti principali delle filiere dell’economia sociale sono la terapia, il reinserimento, la formazione, la sperimentazione. Le imprese, quindi, non hanno la necessità economica di “spingere” sulla quantità realizzata. Possono, quindi, adottare tecniche sane (bio, no O.N.G, recupero.…..) senza risentirne in termini di bilancio. Il prodotto sociale è, quindi, implicitamente di qualità.
Tanto maggiore sarà la capacità delle singole imprese sociali e del loro insieme nel creare un mercato che conosca e condivida queste opportunità e le usi per la propria comunicazione, tanto più i consumatori riterranno i prodotti che li incorporano convenienti, tanto potrebbe e dovrebbe aumentare l’autonomia delle imprese dal sostegno pubblico.
In altre parole, tanto maggiore sarà l’efficienza delle imprese nel produrre l’insieme di prodotti, di servizi socio – terapeutico - culturali e di messaggi, tanto più saranno competitive sul mercato, tanto più saranno sane, tanto più saranno libere dalla dipendenza dell’assistenzialismo, che sia nella forma del contributo o del mercato protetto.
Secondo me, quando questo mondo avrà raggiunto questa libertà e potrà stare sul mercato, anche pubblico, senza corsie privilegiate, si potrà dire che gli Enti e le Organizzazioni che l’hanno sostenuto hanno fatto il proprio, giusto, lavoro di volano socio – economico, che si è dimostrata la possibile sinergia nella produzione di servizi e prodotti, che si è, quindi, avviata un’economia valida e non si è costruita l’ennesima sacca di spesa pubblica assistenziale che incrementa il debito.
Se questo, invece, sarà risultato, chi su quella sinergia ha scommesso ed investito non potrà certo essere soddisfatto.
E’, quindi nell’ottica di esplicitare, con un messaggio di estrema sintesi, il valore aggiunto del prodotto dell’economia sociale che la SAP ha lanciato l’idea del marchio “ALTRO STATUS” e ne ha registrato il dominio in rete.
Chi desse un sostegno alla creazione dello “status” sopra descritto, contribuirebbe anche alla conquista degli obbiettivi ambientali e sociali dell’economia sociale.
Franco Paolinelli
Il consumatore, quale che sia il suo livello di reddito, consuma per appagare le proprie esigenze, biologiche o simboliche, per soddisfare diritti, reali o presunti, per garantirsi le condizioni che pensa siano migliori per la sua sicurezza.
Investe, inoltre, una quota parte del suo reddito in valori di status, che siano capi d’abbigliamento, kit tecnologici, mezzi di locomozione, alimenti di qualità, attività.
Consuma anche perché ha pulsioni imprescindibili di fare ciò che suppone sia trendy fare, di ottenere ciò che ottengono gli altri del suo campione od immaginario sociale, quindi di apparire “a la page” e presente nel contesto e nel modo “giusto” per lui, di comunicare la propria condizione ed aspirazione sociale, di manifestare le proprie scelte esistenziali.
In tutti o quasi i suoi consumi introduce una parte di comunicazione, ma alcuni di questi, corrispondenti a specifiche esigenze simboliche, determinano gravi e gravissimi impatti sull’ambiente e sulla comunità.
In ambito agricolo – alimentare i prodotti bio, D.O.C., D.O.P. etc...….. hanno costi necessariamente superiori a quelli realizzati senza controlli, se prodotti in Italia, ed ancor di più se realizzati in aree del mondo con costi di produzione molto più bassi e norme molto meno rigide. Sono, quindi, prodotti di lusso.
La comunicazione, nel corso degli anni, ha saputo, però, incorporare nei prodotti agricoli di qualità contenuti di sicurezza e di status. Infatti, il consumante bio - doc è, quindi, convinto di comprare, a proprio beneficio:
Sicurezza / qualità alimentare (non entro in merito alla realtà di questo fatto);
Valori di immagine (competenza nella scelta, capacità di spesa, attenzione ambientale, associazione con paesaggi fisici e socio-culturali di qualità ……).
La sua soddisfazione aumenta col crescere del valore aggiunto incorporato e le ormai frequentissime iniziative di promozione e pubblicità mirano a consolidare e alimentare questa condizione.
Queste produzioni sono utili all’ambiente sia nella fase di coltivazione, sia in quella di consumo: implicano, infatti, che il produttore abbia attenzione ambientale e paesaggistica e possono deviare una parte delle spese dei consumatori da simboli di status più impattanti.
La stessa analisi, sebbene in misura diversa, può essere applicata anche ad altri consumi di lusso:
Nella filiera dell’abbigliamento ci possono essere prodotti che associano qualità ambientale e qualità del prodotto (lane…… ?);
Nella filiera automobilistica, il mondo emergente dei mezzi a motore elettrico, potrà acquisire questo tipo status;
I gioielli “antichi” incorporano di storia, di villaggio antico, che, implicitamente, si associa a qualità socio-culturale, quindi ambientale;
……..
In altre parole, l’attenzione ambientale, come la stessa libertà dai codici di massa, sono un lusso, quindi, il lusso può portare con se un messaggio di attenzione ambientale. Infatti, le sezioni più attente dell’elite sociale già seguono questi codici comportamentali.
Esiste, inoltre, un mondo, già oggi definito “economia sociale”, che incorpora valori ambientali e sociali.
Ne fanno parte, a pieno titolo, le imprese agricole, artigianali e di giardinaggio, che incorporano ed occupano soggetti con difficoltà socio-sanitarie e sono riconosciute come tali dalla legge ed il mondo delle produzioni del terzo mondo, di cui è necessario sostenere lo sviluppo.
Per estensione, però, ne può far parte un vasto mondo di ricerca, di sperimentazione e non sempre codificato e riconosciuto, che opera sia in ambito agricolo, che artigianale, che terziario, con responsabilità ed il cui fare ricerca è in se elemento di attenzione sociale ed ambientale.
I prodotti di quest’economia sociale, nella maggioranza dei casi che io conosco, non sono, per costi di produzione e modalità distributive, più economici ed accessibili dei corrispondenti prodotti commerciali.
Ma questi prodotti, allo stato attuale, non è riconosciuto un valore di status come ai prodotti sopra citati che associano lusso ed ambiente.
Ad esempio, al prodotto agricolo bio e socio, secondo me, allo stato attuale, il consumatore medio può riconoscergli i valori di sicurezza, qualità e status, sopra descritti se il prodotto è bio – d.o.c., ma la sua natura specifica di prodotto di filiera sociale non porta con se un valore aggiunto specifico.
I pochi consumatori affezionati attuali, per lo più appartenenti alla borghesia intellettuale, animata da responsabilità sociale ed ambientale, acquistano i prodotti dell’economia sociale sulla base di pulsioni di solidarietà, nelle quali ci può essere sia una componente di consapevolezza e scelta politica, sia una di semplice carità.
Peraltro, spesso, a partire da questa percezione, nasce nel consumatore l’idea di un prodotto sociale sia “povero”, che, quindi, debba essere posto sul mercato a costi minori dello standard di riferimento, cosa economicamente non possibile, se non per le imprese sostenute, in modi diversi, dall’assistenza pubblica.
Perché le filiere di economia sociale, agricole e non solo, siano remunerate e l’acquisto interessi una platea più vasta di consumatori e sia percepito come conveniente è necessario, invece, che un qualche potenziale valore aggiunto del prodotto sociale sia creato, esplicitato e divulgato, in modo che sia collettivamente riconosciuto e diventi “trendy”.
Per ottenere ciò si deve fare in modo che il consumatore, acquistando il bene agro-alimentare, artigianale….., bio – doc e sociale, possa gratificare il suo ego sia con la qualità, sia con la possibilità di manifestare uno status, in altre parole, che quel “lusso” sia riconosciuto. In altre parole, che il costo della responsabilità sociale ed ambientale sia un lusso riconosciuto, di cui si possa sfoggiare il cappello.
Questo status, in alternativa al tipo prettamente “consumistico”, non può che essere di tipo intellettuale, manifestabile con messaggi tipo i seguenti:
So che esiste (ho informazione);
Conosco e capisco le problematiche affrontate con l’economia sociale (ho intelligenza, cultura e sensibilità);
Ritengo questo tipo di percorsi di recupero-reinserimento, creazione d’impresa….. più efficienti per gli utenti e per la collettività rispetto all’assistenza passiva (faccio parte dell’elite responsabile che conosce i problemi sociali, ma liberale quanto basta per spingere per un’economia sana e solida).
Il consumatore potrà, inoltre, essere informato dell’idea che segue:
I prodotti principali delle filiere dell’economia sociale sono la terapia, il reinserimento, la formazione, la sperimentazione. Le imprese, quindi, non hanno la necessità economica di “spingere” sulla quantità realizzata. Possono, quindi, adottare tecniche sane (bio, no O.N.G, recupero.…..) senza risentirne in termini di bilancio. Il prodotto sociale è, quindi, implicitamente di qualità.
Tanto maggiore sarà la capacità delle singole imprese sociali e del loro insieme nel creare un mercato che conosca e condivida queste opportunità e le usi per la propria comunicazione, tanto più i consumatori riterranno i prodotti che li incorporano convenienti, tanto potrebbe e dovrebbe aumentare l’autonomia delle imprese dal sostegno pubblico.
In altre parole, tanto maggiore sarà l’efficienza delle imprese nel produrre l’insieme di prodotti, di servizi socio – terapeutico - culturali e di messaggi, tanto più saranno competitive sul mercato, tanto più saranno sane, tanto più saranno libere dalla dipendenza dell’assistenzialismo, che sia nella forma del contributo o del mercato protetto.
Secondo me, quando questo mondo avrà raggiunto questa libertà e potrà stare sul mercato, anche pubblico, senza corsie privilegiate, si potrà dire che gli Enti e le Organizzazioni che l’hanno sostenuto hanno fatto il proprio, giusto, lavoro di volano socio – economico, che si è dimostrata la possibile sinergia nella produzione di servizi e prodotti, che si è, quindi, avviata un’economia valida e non si è costruita l’ennesima sacca di spesa pubblica assistenziale che incrementa il debito.
Se questo, invece, sarà risultato, chi su quella sinergia ha scommesso ed investito non potrà certo essere soddisfatto.
E’, quindi nell’ottica di esplicitare, con un messaggio di estrema sintesi, il valore aggiunto del prodotto dell’economia sociale che la SAP ha lanciato l’idea del marchio “ALTRO STATUS” e ne ha registrato il dominio in rete.
Chi desse un sostegno alla creazione dello “status” sopra descritto, contribuirebbe anche alla conquista degli obbiettivi ambientali e sociali dell’economia sociale.
Franco Paolinelli
giovedì 3 marzo 2011
Letteratura a scuola
Segnaliamo un articolo di Romano Luperini, ultimo numero di Alfabeta2, sull'insegnamento della letteratura dopo la "riforma" Gelmini. La didattica della letteratura, per non rischiare la marginalità, come accade ad una disciplina pur fondamentale come la storia dell'arte, dovrebbe privilegiare gli aspetti storici ed antropologici del testo piuttosto che l'apparato retorico. Insomma, proporre la letteratura come qualcosa che aiuta a capire il mondo e a prendere posizione, piuttosto che ad applicare formulari.
Posizioni che da anni una minoranza di docenti di lettere ha sostenuto, e praticato.
Posizioni che da anni una minoranza di docenti di lettere ha sostenuto, e praticato.
martedì 1 marzo 2011
Democrazia o libertà?
Segnaliamo un articolo di Lev Grinberg (professore di Economia Politica e Sociologia presso l’Universita Ben Gurion del Negev) apparso sul sito di Al Jazeera dal titolo “Democracy is no panacea” ( vedi link ) come interessante riflessione sulle manifestazioni di massa pro-democrazia che in questi giorni stanno interessando i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Paradossalmente proprio l’avvento della democrazia potrebbe rappresentare un rischio per tali nazioni, in quanto come osserva Grinberg “…..demonstrating for democracy is not enough. What the countries of the Middle East require is political consensus on mutual recognition of rights and coexistence, guaranteed by a constitution and institutionalised by electoral procedures and representative institutions.”
D'altra parte già Fareed Zakaria nel 2003, riprendendo Tocqueville, segnala il pericolo di una democrazia senza costituzione liberale nel suo "The Future of Freedom: Illiberal Democracy at Home and Abroad" (vedi recensione da MP News )
L'influenza delle democrazie occidentali dovrebbe forse preoccuparsi intanto di esportare tutti i diritti civili; un cambio di regime, auspicabile, potrebbe esserne una delle conseguenze.
D'altra parte già Fareed Zakaria nel 2003, riprendendo Tocqueville, segnala il pericolo di una democrazia senza costituzione liberale nel suo "The Future of Freedom: Illiberal Democracy at Home and Abroad" (vedi recensione da MP News )
L'influenza delle democrazie occidentali dovrebbe forse preoccuparsi intanto di esportare tutti i diritti civili; un cambio di regime, auspicabile, potrebbe esserne una delle conseguenze.
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